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6 marzo 2008
 
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Regioni a statuto speciale. Autonomia o assistenzialismo?

di Carlo D'Andrea - 19 agosto 2008

Le Regioni a statuto speciale hanno ancora senso? A lanciare la questione nell'agone politico è stato, qualche settimana fa, il ministro per la Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta. Alla vigilia dell'avvio dell'iter federalista, la domanda diventa ineludibile. Fuor di ogni pregiudizio ideologico, infatti, sarà necessario chiarire in modo definitivo il ruolo di queste autonomie speciali e capire come la loro esistenza si giustifichi in un sistema che, se vorrà essere realmente federale, dovrà in linea di principio mettere tutte le istituzioni regionali sullo stesso piano.

La creazione delle Regioni a statuto speciale non rientrava in una logica di razionalizzazione amministrativa e di ottimizzazione delle risorse - logica alla quale invece s'ispira il federalismo su cui governo e Regioni stanno lavorando - ma poggiava su fattori storici, linguistici ed etnici. Per mitigare le spinte autonomiste di alcuni territori lo Stato italiano riconobbe alle istituzioni locali di questi territori un livello di autogoverno notevole. Partendo proprio da questa considerazione storica una soluzione percorribile potrebbe portare oggi al mantenimento delle prerogative politiche senza però determinare più privilegi - rispetto alle altre Regioni - in termini di risorse economiche elargite dallo Stato.

D'altra parte il percorso federale che il paese si avvia a percorrere accentuerà l'autonomia fiscale di tutte le Regioni a statuto ordinario, avvicinandole in questo modo alle autonomie speciali. A questo punto sarebbe davvero impensabile uno Stato che da un lato chiede più responsabilità alle istituzioni locali, concedendo un grado elevato di autonomia fiscale, dall'altro continua ad «assistere» le Regioni a statuto speciale. Le sei istituzioni autonome, insomma, non possono aspettarsi che, in un momento così critico per l'economia del paese, la loro specialità le metta al riparo dalla partecipazione agli oneri comuni. E, infatti, al momento, pur con qualche mugugno, i presidenti «speciali» sembrano disposti a discutere col ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, la loro partecipazione al fondo di perequazione.

Ma questa generica disponibilità non significa che il problema sia risolto. Innanzitutto perché non è ancora chiaro come il meccanismo di perequazione funzionerà. Per i servizi cosiddetti essenziali (sanità, istruzione e assistenza) la copertura dovrebbe essere totale, mentre non è ancora chiaro come e in che misura saranno garantiti gli altri servizi (trasporto locale, ambiente, agricoltura, beni culturali, turismo, ecc...). In secondo luogo perché - Friuli Venezia Giulia a parte - tutte le altre cinque autonomie speciali al momento spendono più di quanto la loro capacità fiscale gli consenta; la loro disponibilità a partecipare al fondo di perequazione è quindi dettata dall'interesse a tutelare se stessi. Le incongruenze nella spesa non riguardano, infatti, soltanto le Regioni del Sud, ma anche alcune Regioni del Nord, e tra queste le tanto elogiate province autonome di Trento e Bolzano e la Valle d'Aosta. Nonostante i privilegi, insieme alla Sardegna e alla Sicilia anch'esse «speciali», queste realtà infatti rientrano tra le 11 Regioni non autosufficienti.

Com'è possibile questo? Com'è possibile che territori con un reddito pro capite tra i più alti in Italia e con una popolazione molto contenuta navighino nelle cattive acque dei bilanci in rosso? La ricognizione dei conti pubblici degli Enti locali, prevista dalla bozza Calderoli, dovrà mettere in evidenza come il disavanzo tra spese e gettito delle province di Trento e Bolzano, circa 1,6 milioni di euro, deriva anche dall'amplissimo ventaglio di prestazioni sanitarie che questi enti offrono gratuitamente ai propri residenti. Si può obiettare che questi deficit, in valore assoluto, pesino molto meno di quelli di altre Regioni, come la Campania e la Sicilia, ma è pur vero che queste realtà riguardano una platea di milioni di contribuenti. Calcoli a parte, quella dei privilegi altoatesini resta comunque una questione di equità che non può essere aggirata se si punta a un federalismo condiviso nel suo rigore e nella sua solidarietà.

A luglio, qualche giorno dopo che il governo rinviava, per mancanza di copertura, l'approvazione dei nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) in campo sanitario, la provincia di Trento ha stanziato 22 milioni di euro per rendere gratuite le cure dentarie ai suoi cittadini meno abbienti. Così, mentre tutti gli italiani dovranno aspettare un provvedimento che includeva nell'assistenza integrale nuove malattie rare, protesi per disabili e l'analgesia epidurale per il parto indolore, i nostri connazionali trentini potranno immediatamente godere di cure gratuite per i loro denti, cure tutto sommato meno urgenti che graveranno sul bilancio nazionale.

In sintesi, è possibile che quando ovunque si stringe la cinghia queste autonomie pretendano la solidarietà economica delle altre Regioni per offrire servizi di welfare di tipo scandinavo? Possiamo considerare questo atteggiamento come una legittima difesa della propria autonomia o, più semplicemente, si tratta di una forma inaccettabile di particolarismo?

Carlo D'Andrea

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  • d'accordo - di A. Costantin - 28 agosto 2008 17:28
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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