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Pd senza partito

di Ragionpolitica - 21 agosto 2008

Neanche le vacanze estive portano un po' di pace al malandato Partito Democratico e al suo segretario. Anche da sotto l'ombrellone, infatti, non passa giorno che non vengano lanciati strali polemici in direzione Veltroni. Il quale, serenamente e pacatamente, incassa senza batter ciglio.

Ieri, ad esempio, ad attaccare il leader del Pd è stato Arturo Parisi, l'ultimo dei prodiani che cerca di tenere alta la bandiera dell'ulivismo duro e puro. L'ex ministro della Difesa non è nuovo alla critica nei confronti di Veltroni. Ma stavolta i toni e i contenuti usati sono quelli da ultima spiaggia. Da redde rationem finale. «Veltroni - dichiara Parisi alla Stampa - porterà gli elettori alla depressione. Il tempo del "ma anche" è scaduto. Ogni giorno che passa cresce il bisogno di quella ripartenza annunciata e da troppo tempo rinviata. Ci vuole un dibattito vero sulla sconfitta politica a partire da una risposta riconoscibile di Veltroni alle principali questioni in campo». In altre parole: congresso. Lo stesso che chiede il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, dalle pagine de Il Mattino: «Bisogna aprire finalmente una fase congressuale con mozioni chiaramente definite sulle quali confrontarsi ed andare ad un congresso che elegga un gruppo dirigente non fittizio ma reale».

Le dichiarazioni di Parisi e Cacciari arrivano a ridosso delle polemiche che occupano da qualche giorno le pagine politiche dei quotidiani, innescate dallo scontro al calor bianco in corso in diverse parti della Penisola, dove a contrapporsi sono le dirigenze locali del Partito Democratico e gli amministratori locali anch'essi targati Pd. Ciò accade ad esempio a Torino (dove il sindaco Sergio Chiamparino deve affrontare i malumori di diversi capi-corrente) e in Sardegna (dove il governatore Renato Soru è in rotta totale con l'ormai dimissionario segretario regionale). Sia Chiamparino che Soru vengono accusati di essere fautori di un leaderismo anti-democratico che gioverebbe soltanto ai diretti interessati, ma non alla causa del partito nel suo complesso.

Tutto ciò mentre a Firenze fervono i preparativi per la prima festa nazionale «Democratica», che si svolgerà dal 23 agosto al 7 settembre alla Fortezza da Basso. Ma anche qui, nella roccaforte rossa rappresentata dal capoluogo toscano, non c'è requie per il Pd: infatti l'assessore alla Sicurezza Sociale, Graziano Cioni - l'autore della famosa delibera contro i lavavetri - invoca, regolamento alla mano, le primarie per la scelta del candidato sindaco in vista delle prossime elezioni comunali e minaccia sfaceli nel caso in cui ci fossero decisioni calate dall'alto, senza consultare la mitica «base».

Paese che vai, rogna che trovi. Spostandosi più a sud, ecco spuntare il caso Abruzzo, dove le inchieste che hanno coinvolto esponenti di spicco del Pd e condotto alle dimissioni il presidente regionale Ottaviano Del Turco hanno aperto un altro fronte non facile da gestire. Si terranno a novembre, infatti, le elezioni per la scelta del nuovo governatore, e mentre i Democratici sembrano non sapere che pesci prendere c'è chi parla di una inedita alleanza tra l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e Rifondazione Comunista nel nome delle «mani pulite». Sia come sia, una eventuale (e probabile) débacle del Pd anche in Abruzzo rappresenterebbe un'altra ferita nel già lacerato corpo del partito.

Messi insieme, che cosa indicano tutti questi problemi? Indicano la questione delle questioni. Che non è, come si ostinano a ripetere i maggiori quotidiani nazionali, lo iato tra territorio e partito; non è la mancanza di una strategia almeno di medio periodo; non è la debolezza della leadership; non è l'assenza di collegialità nelle decisioni; non è il tradimento dell'élite nei confronti del «popolo delle primarie». E' invece la mancanza di realtà del Pd come partito, come entità politica degna di tal nome, come corpo vivo nella storia del paese. Il Partito Democratico esiste oggi - e qui Veltroni ha le maggiori responsabilità - dal punto di vista formale soltanto come mitologia e mitografia del partito post-moderno, post-novecentesco e post-ideologico, mentre dal punto di vista sostanziale non è che un agglomerato di gruppi e gruppuscoli di potere ognuno in cerca della propria visibilità e in lotta per la propria sopravvivenza.

Insomma: se non sussiste il rapporto col territorio, se manca la strategia, se la leadership è debole, se non esiste collegialità, se il «popolo delle primarie» sembra scomparso, non è semplicemente perché a non esserci è il partito? E non nel senso di organizzazione, tessere, comitati e quant'altro, ma nel senso di entità politica figlia di una storia, di una cultura, di un preciso e comune sentimento del paese? Invece che continuare a ripetere come dischi inceppati che il Pd va oltre il Novecento, oltre le ideologie, oltre i partiti pesanti della prima Repubblica, perché i suoi dirigenti non iniziano a dirci anche di che cosa si tratta, in positivo, quando si pronuncia l'espressione «Partito Democratico»? E non lo dicano solo a noi, ma a tutti quei militanti che, a furia di sentirsi ripetere che il Pd va «oltre», iniziano a temere che la lunga marcia del nuovo soggetto abbia come meta il nulla.

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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