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6 marzo 2008
 
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Cina e Taiwan. La «diplomazia del panda»

di Alessandra Poggi - 23 agosto 2008

La «diplomazia del panda» porta i suoi frutti, forse perché, a volte, la tregua olimpica funziona veramente. Il 15 agosto la squadra di baseball taiwanese ha affrontato la Cina: un match perso 7-8 ma giocato in un'atmosfera così serena che il governo di Taipei ha finalmente deciso di accogliere a Taiwan due panda giganti, dono di Pechino, che l'amministrazione dell'isola «ribelle» aveva fino ad ora rifiutato di accettare. Ancora prima, l'8 agosto, il mondo è stato spettatore di una significativa ovazione cinese al passaggio della delegazione di Taiwan durante la cerimonia d'apertura dei Giochi.

Le relazioni tra i due paesi, deterioratesi fortemente a partire dal 2000, rimangono comunque precarie, come testimoniato dal fatto che la Cina continua a puntare centinaia di missili contro il suo avversario. Fino alle recenti elezioni di marzo, infatti, l'ex presidente Chen Shui-bian (del Partito democratico progressista), inviso a Pechino per le sue posizioni indipendentiste, supportava i sostenitori di un movimento il cui obiettivo finale era di proclamare la secessione de jure di Taiwan. Pechino non accetterà mai di vedere l'isola sfuggirle formalmente: per i dirigenti della Repubblica popolare, infatti, non esiste che una sola ed indivisibile Cina.

Poi la svolta: il 22 marzo, di larghissima misura, è stato eletto presidente Ma Ying-jeou, candidato del Kuomintang (Partito nazionalista del popolo o Kmt) e favorito di Pechino; tutto ad un tratto, le relazioni tra Cina e Taiwan hanno cominciato ad intiepidirsi, seppure poco a poco. Già in luglio, come segno di benevolenza nei confronti del presidente Ma, il governo cinese aveva permesso che la delegazione di Taiwan ai Giochi assumesse il nome di Zhonghua Taïpehi o «Taipei della nazione cinese», cioè appartenente alla terra d'origine cinese nel senso più ampio, anziché Zhongguo Taïpehi o «Taipei dello Stato cinese», come preteso fino ad allora per rendere chiara la subordinazione dell'isola all'entità politica di Pechino.

Così si è dunque svelato l'enorme paradosso sul quale si fonda l'attuale politica estera cinese nei confronti di Taiwan: adesso la Repubblica popolare sostiene fortemente il partito del generale Chiang Kai-Shek, nemico giurato di Mao e dei comunisti, che nel 1949 avevano costretto i seguaci del Kmt a fuggire dal continente e a rifugiarsi sull'isola dopo aver perso la guerra civile. Un sostegno imprevedibile, ma non così sorprendente a guardar bene: a discapito della sua storica rivalità con l'ideologia comunista, anche il Kmt ha da sempre sostenuto e difeso il principio di una Cina unica e non divisibile.

Durante quest'ultima campagna elettorale Pechino ha fatto di tutto per indebolire la posizione del candidato sostenuto dal presidente uscente, impossibilitato a ricandidarsi per la terza volta, secondo la Costituzione di Taiwan. I dirigenti cinesi hanno influenzato fortemente i negoziati commerciali tra Cina e Taiwan per sostenere il loro favorito. E Ma Ying-jeou, appena insediatosi in maggio, ha annunciato una tempestiva ripresa di dialogo con la Cina, impegnandosi a gettare le basi per una sorta di «mercato comune» destinato a promuovere il commercio bilaterale privilegiato tra i due paesi. E Pechino si porta nuovamente in vantaggio.

Alessandra Poggi

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