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Africa. Donne in prima lineadi Anna Bono - 23 agosto 2008 Alcuni giorni fa l'ex segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, ora presidente dell'Alleanza per la rivoluzione verde in Africa, ha ricordato che le donne costituiscono la spina dorsale dell'agricoltura africana e corrono i rischi maggiori senza alcun aiuto finanziario, senza assicurazioni e senza sostegno da parte dei governi. «Abbiamo bisogno di cambiamenti radicali, da questo punto di vista» ha affermato il 12 agosto durante una visita di tre giorni in Ghana, uno dei pochi Stati africani che forse riusciranno a dimezzare la malnutrizione entro il 2015, come richiesto dai Millenium goals, il progetto contro la povertà varato all'inizio del secolo dalle Nazioni Unite. Per essere davvero radicali, i cambiamenti devono però includere una rivoluzione culturale che convinca i maschi africani a lavorare di più. La piaga dell'ozio degli uomini adulti, che schivano il lavoro e si appellano alle tradizioni per giustificarsi, è una delle cause dell'assoggettamento delle donne e della povertà persistente in Africa. In sostanza, non basta che le donne africane siano meglio assistite, devono anche smettere di essere, insieme ai loro bambini, la «spina dorsale» delle economie agricole. E qualcosa sta in effetti cambiando. La Sadc, la Comunità per lo sviluppo dell'Africa australe, durante l'ultimo vertice, svoltosi lo scorso fine settimana, ha approvato un protocollo che impegna i paesi membri a intraprendere passi concreti per combattere le istituzioni che violano i diritti fondamentali delle donne. Tra gli obblighi che i governi della regione si dovranno assumere vi è quello di adottare, e soprattutto far rispettare, misure legislative volte ad «eliminare le consuetudini e le pratiche che condizionano in negativo i diritti delle donne, in primo luogo il diritto alla vita, alla salute, alla dignità, all'istruzione e all'integrità fisica». Inoltre, entro il 2015 dovrà essere garantita a tutti i livelli della pubblica amministrazione la presenza femminile al 50%. Le consuetudini e le pratiche che danneggiano le donne e che il protocollo intende combattere includono le mutilazioni genitali femminili e il cosiddetto «prezzo della sposa», un'istituzione adottata da centinaia di etnie africane che obbliga gli uomini a pagare per sposarsi e trasforma le donne in merce di scambio. Una buona notizia, appena giunta dal Kenya, riguarda proprio queste due istituzioni. Teresa Cheptoo, 16 anni, vincitrice del World of Children 2007, una sorta di Nobel dei bambini patrocinato dall'Unicef, ha deciso di devolvere i 10.000 euro da lei vinti all'associazione in cui svolge l'attività di volontariato che le ha valso il premio. Il Kipkomoa advocacy workshop for girl child programme lotta contro l'abbandono scolastico delle bambine di etnia Pokot che ogni anno a migliaia sono costrette a un matrimonio precoce. Considerate adulte per aver subito il prescritto intervento di mutilazione genitale, le piccole vengono maritate al più presto dalle famiglie ansiose di incassare il prezzo della sposa. Il risultato è che pochissime riescono a frequentare le scuole secondarie e a conseguire un diploma. Un'altra buona notizia arriva dal vicino Rwanda, dove già 30 donne sono state scelte dai rispettivi partiti politici come candidate alle elezioni legislative del prossimo 15 settembre. La nuova legge elettorale prevede che ognuna delle 12 province del paese mandi in parlamento almeno due donne, per un totale quindi di 24 su 80 deputati eletti. Da quando è entrata in vigore, la rappresentanza femminile nell'assemblea legislativa nazionale è balzata al 48%. Ma non tutte le donne africane devono lottare per vivere e affermarsi. Otto delle 13 mogli di Mswati III, re dello Swaziland, sono partite il 21 agosto - su un areo noleggiato per loro e con un un folto seguito di figli, governanti, domestiche e guardie del corpo - per fare shopping in varie città europee e mediorientali in vista della sontuosa cerimonia che il prossimo 6 settembre celebrerà un duplice anniversario: il 40esimo anno d'indipendenza e il 40esimo compleanno del sovrano. Di positivo, in questo caso vistoso di sperpero di denaro pubblico, è il fatto che centinaia di donne abbiano avuto il coraggio di protestare per le vie della capitale Mbabane: non è giusto che «i fondi pubblici siano usati in modo così discutibile da gente che non lavora e che non da alcun contributo alle casse dello Stato - si legge nel comunicato dato ai mass media dalla Women's coalition of Swaziland - mentre la maggioranza della popolazione e dei contribuenti vive in povertà». Adesso, almeno sulla carta, le donne swazi dispongono di uno strumento in più per farsi valere, visto che il loro è uno dei paesi che hanno sottoscritto il protocollo approvato dalla Sadc.
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Ragionpolitica, periodico on line n.277 del 19/8/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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