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Apparenze cinesidi Luciana Rosa - 23 agosto 2008 Sono entrata in Cina per la prima volta nel 1993, via terra dal confine pakistano, diretta a Kashgar, il far west di questo enorme paese: dalla porta di servizio, dietro il palco, la visuale è sempre più istruttiva ed interessante. Ho avuto la sensazione di entrare in un mondo in cui, lasciati a se stessi, ci si sente completamente impotenti e incapaci di adottare qualsiasi categoria interpretativa. L'impressione è quella di essere circondati da un muro di omertà, di falsità. Circa dodici anni più tardi un amico, osservatore internazionale dell'OSCE per le elezioni presidenziali in Kirghizistan, ha attraversato la frontiera grazie al fatto di avere un passaporto albanese (alleato della Cina maoista) e di parlare un po' di turco, e mi ha confermato le stesse impressioni che ho ebbi quindici anni fa, a dimostrare ancora una volta che in Cina «si cambia tutto per non cambiare nulla». Il tratto principale della Cina è forse proprio questo: l'apparenza. Su AsiaNews, a luglio, è stato pubblicato un saggio di Bao Tong, 75 anni, ex membro del Comitato centrale comunista, segretario personale ed amico del premier riformista Zhao Ziyang (confinato agli arresti domiciliari fino alla sua morte nel 2005): nell'89 è stato insieme a lui contrario all'intervento dell'esercito che portò al massacro di Tiananmen. Per questa sua opposizione ha scontato 7 anni di carcere. Dal '97 si trova agli arresti domiciliari, vigilato 24 ore su 24, isolato dai media. Eppure ha trovato il modo di esprimere il suo pensiero: «Quando uno dà importanza più alla faccia che alla verità che sta dietro la faccia, più importanza allo slogan "servire il popolo" che al popolo stesso, al massimo saprà solo che sopra di lui esiste il Partito, esiste la Commissione di controllo disciplinare. Ma non ci sarà mai posto per il minimo concetto di "popolo" e "legge". Si comprende allora perché quando Zhao Ziyang ha sostenuto che occorreva "risolvere il problema sul binario della democrazia e della legge", egli è stato subito accusato da alcuni di voler provocare uno "scisma nel Partito" e di voler "appoggiare la rivolta". É questo che si chiama "verità con caratteristiche cinesi"». Da quel lontano viaggio in Cina ho cercato di capire, attraverso i libri e le testimonianze scritte, se quella esperienza, nata per caso, da «turista fai da te» e limitata nel tempo, abbia lasciato in altri le stesse impressioni. Ci ho provato attraverso le letture di grandi reporter, anche italiani, come Tiziano Terzani (che è stato espulso) e corrispondenti come Federico Rampini, avendo dovuto escludere i racconti di chi, su invito del regime, visitava la Cina e vedeva solo contadini felici e puliti (il gruppo del Manifesto, per esempio). Ma l'enigma è sempre lì: un paese profondamente ideologizzato eppure pragmatico, un dinamismo e una capacità imprenditoriale individuale che farebbero supporre una libertà di movimento che non esiste. Invece pochi sfuggono ai controlli di uno Stato che ha fatto della rete capillare di delazioni la propria forza, che ha distrutto i nuclei familiari, che ha inventato le Guardie Rosse e le ha esportate nel mondo (in Cambogia Pol Pot ne ha fatto il motore di un genocidio generazionale e culturale), che si è scoperto votato al mercato per coprire gli omicidi ed evitare che l'attenzione del mondo si concentrasse dove non doveva, perché «lo stolto vedesse il dito e non la luna». Due facce sempre per tutto: la raffinatezza nell'ospitare e nel torturare, i grandi numeri per celebrare le Olimpiadi e gli stessi stadi pieni di gente da giustiziare, i templi ricostruiti per «venderli» ai turisti dopo averli distrutti con la Rivoluzione culturale, sostituendo il nazionalismo dell'etnia dominante han al maoismo: come se nulla fosse successo. A livello internazionale la tentazione di parlare di Cina come di un paese che deve la propria apertura solo all'avventura capitalistica e globalizzante è molto forte, ma sospetto che derivi più dalla solita impossibilità di comprenderne le posizioni politiche. La Cina non è mai stata isolata: con Mao inventò il Terzo Mondo a Bandung in Malesia nel 1955 insieme all'India di Nehru, alla Jugoslavia di Tito e ad altri. «Terzo» in quanto altro rispetto all'Occidente e all'Unione Sovietica. La Cina è intervenuta nella guerra del Vietnam, della Corea, nella Cambogia di Pol Pot, ha un contenzioso aperto con Taiwan e con il Tibet, ma abbiamo sempre pensato che questi fossero problemi interni. Ma ora la Cina fa parte del WTO, è il maggior creditore degli Stati Uniti, ha il potere di veto alle Nazioni Unite, protegge la Corea del Nord, fa affari con il Sudan, apre «colonie penali» in Africa, conclude accordi come quello di due anni fa con il Pakistan per una maggiore cooperazione militare, economico-finanziaria ed energetica, oltre all'ormai noto «coordinamento contro il terrorismo per favorire la stabilità della regione» (qui si fa riferimento agli attentati nella regione autonoma dello Xinjiang, con capitale Urumqui, che è stata più volte teatro di attentati e dimostrazioni da parte della minoranza uigura musulmana e dove la situazione è diventata più pericolosa dal 1989, quando il contesto internazionale è mutato e l'impero sovietico ha cominciato a sfaldarsi). La Cina ha un problema con il Tibet, perché sotto c'è l'India, a cui ha dichiarato guerra dopo essercisi alleata, l'India che ospita il Dalai Lama in esilio, che ha istituito al confine con la Cina un protettorato nel regno del Sikkim e che difende militarmente il piccolo Stato buddista del Bhutan, tenendo aperta la questione del Kashmir, rivendicato dal Pakistan, su cui la Cina si è offerta di fare da paciere (proposta del presidente cinese Hu Jintao del 2006). Possiamo parlare poi del confine con Afghanistan, Pakistan e Tajikistan. Da tutti questi paesi la Cina si aspetta il peggio: la frontiera fra Pakistan ed Afghanistan, che ha come centro più conosciuto Peshawar, sforna talebani ed estremisti, i tagiki del nord si vogliono ricongiungere con la dinastia Khan, che vive nella valle della Hunza pakistana, proprio a ridosso del confine con la Cina. Perché la Cina ora è permeabile e lo sa. Sa anche che gli Stati ad ovest della sua frontiera sono i più pericolosi, perché sono nati dalle macerie dell'Unione Sovietica ed esportano mercanti di vario genere e i semi dell'instabilità, perché non ci sono solo i mercanti, ci sono anche i trafficanti. Quelli che mi avvicinarono ad Urumqui erano probabilmente kazaki, sicuramente di lingua russa e cercavano di vendere moneta locale al cambio nero. Peccato veniale all'epoca, anche se rischioso nel 1993, si è ora trasformato in un traffico criminale organizzato di ben altra proporzione e sostanza. Forse è anche per questo che la Cina non ha proferito parola quando la Russia è entrata in Georgia: nel grande gioco dell'Asia centrale la partita si è riaperta e non è detto che dalla spartizione non si rimanga esclusi, stavolta. Luciana Rosa |
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Ragionpolitica, periodico on line n.277 del 19/8/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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