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La strada in salita di Obama

di Cristiano Bosco - 23 agosto 2008

Mettendo fine a un'attesa che durava da giorni - stratagemma mediatico per rubare la scena all'avversario in risalita - Barack Obama ha finalmente reso noto il nome del suo vice. Si tratta di Joe Biden, senatore del Delaware. Veterano del Congresso (eletto per la prima volta nel 1972), presidente della Commissione rapporti internazionali del Senato, cattolico, noto per la sua propensione a parlare in modo diretto. Una caratteristica che gli ha procurato, nel corso degli anni, un non trascurabile numero di passi falsi e gaffe: una di queste relativa anche allo stesso Obama, lo scorso anno, quando i due erano avversari per le primarie democratiche e Biden definì il senatore dell'Illinois «il primo afroamericano conosciuto con ottime proprietà di linguaggio, brillante, pulito e di bella presenza». Il senatore Biden, dall'indubbia esperienza sia interna che internazionale, possiede un curriculum da liberal moderato (pro-choice, contro la politica economica di Bush, dalla parte degli ambientalisti, per il controllo delle armi, ecc...), con posizioni più da «falco» su temi di sicurezza nazionale e politica estera: pro-Israele, grande oppositore del regime di Fidel Castro e sostenitore dell'embargo, è a favore dell'invio di militari americani in Sudan per mettere fine alla crisi del Darfur e, non ultimo, votò gli interventi in Afghanistan e in Iraq e fu favorevole al Patriot Act. Per Barack Obama, la scelta di un uomo politico come Joe Biden come vice serve a portare esperienza e al ticket presidenziale. Secondo molti, questa preferenza sarebbe stata favorita dalla recente crisi in Ossezia, la quale ha mostrato la debolezza del candidato democratico in politica estera.

A pochi giorni dalla convention democratica di Denver, che si terrà il 25-28 agosto, Obama deve fronteggiare non poche avversità. Incalzata da John McCain - la cui netta rimonta, innescata da una strategia mediatica vincente e dalle ferme posizioni su energia e crisi in Georgia, è stata coronata da un sondaggio Reuters/Zogby che lo dava addirittura in vantaggio di 5 punti - la campagna del senatore dell'Illinois sembra aver perso il passo. L'atmosfera «magica» e surreale che l'aveva contraddistinta fino a poche settimane or sono è svanita e, nonostante i membri del suo staff continuino a negare eventuali cambi di strategia, gli annunci, le dichiarazioni e gli spot si sono fatti sempre più aggressivi, segnale inequivocabile che John McCain susciti ora assai più timore rispetto a prima. Con la convention, Obama avrà l'occasione di spostare nuovamente i riflettori su di lui.

John McCain non è però l'unico ostacolo sulla strada del candidato democratico. Compito principale, e per nulla scontato, di Barack Obama, nei giorni di Denver, sarà convincere l'elettorato di Hillary Clinton a spostarsi dalla sua parte. Data per finita troppo precocemente, Hillary, a capo dell'oliata macchina da guerra nota come «Clinton machine», è in grado di influenzare la corsa in maniera determinante, giocando sul dato che il partito, di fatto, rimane tuttora diviso a metà, in seguito alle estenuanti primarie combattute senza esclusione di colpi. «La campagna di Hillary Clinton può essere finita, ma il fattore Clinton rimane parte importante dell'elezione», ha dichiarato un consulente elettorale dei democratici. Secondo un sondaggio di Wall Street Journal/NBC, solo metà di coloro che votarono per la Clinton alle primarie sostengono ora Barack Obama. Uno su cinque sostiene John McCain, il quale, nei mesi scorsi, ha argutamente lodato più volte la senatrice, non escludendo recentemente la possibilità di scegliere un vice pro-choice, corteggiando così il di lei elettorato (parte del quale promette disordini alla convention) anche attraverso gli sforzi del senatore Joe Lieberman, democratico indipendente, dalla parte di McCain, che con il suo «Citizens for McCain» tenta di convincere democratici indecisi a votare per il senatore dell'Arizona.

Dato da non trascurare, gli elettori di Hillary scontenti di Obama potrebbero rivelarsi decisivi negli Stati chiave dell'Ohio e della Pennsylvania, due grandi Stati vinti nettamente dalla Clinton alle primarie. A dispetto delle dichiarazioni formali e delle trovate hollywoodiane, non è un mistero che i rapporti tra lo staff di Obama e quello di Hillary non siano idilliaci. E c'è già chi, come l'esperto Dick Morris, sostiene che la famiglia Clinton abbia «dirottato» la convention, catalizzando tutta l'attenzione su di sé e facendola propria, incurante del fatto che il candidato sia un altro. Un'eventualità che ovviamente non farebbe altro che favorire John McCain, forte della risalita nei sondaggi (incredibile ma vero, sempre secondo Zogby, gli elettori sostengono ora che «gestirebbe meglio l'economia» di Obama - e l'economia è, per sua stessa ammissione, il tallone di achille di McCain), in previsione della convention repubblicana di inizio settembre che lo incoronerà ufficialmente.

Cristiano Bosco

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