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6 marzo 2008
 
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Le incognite del dopo Musharraf

di Daniele Martino - 26 agosto 2008

Dopo le dimissioni del presidente Pervez Musharraf, avvenute lo scorso 18 agosto sotto la minaccia di un'accusa per impeachment, in Pakistan si è aperta una fase politica molto incerta. L'alleanza tra il Partito del Popolo Pakistano (Ppp), guidato da Asif Alì Zardari (il vedovo di Benazir Bhutto), e la Lega Musulmana, guidata dall'ex premier Nawaz Sharif, si è sciolta come neve al sole dopo le dimissioni di Musharraf, a causa dei continui contrasti relativi alle presidenziali del 6 settembre prossimo; ognuno dei due partiti, infatti, presenterà un proprio candidato: lo stesso Zardari per il Ppp, mentre per la Lega Musulmana Sharif ha scelto l'ex capo della Corte Suprema, Saeed uz Zaman Siddiqui. Qualunque sarà il risultato delle presidenziali, è certo che il sistema di potere creatosi negli anni della presidenza Musharraf subirà vistosi cambiamenti, determinando una frammentazione ed un indebolimento delle istituzioni.

L'uscita di scena di Pervez Musharraf ha lasciato un vuoto di potere nei corridoi politici e militari di Islamabad che difficilmente sarà colmato. Da generale dell'esercito, Musharraf ha sempre mantenuto la doppia di carica di presidente e capo delle forze armate; oltre ai fattori di politica interna, egli è stato il leader più potente nella storia del Pakistan grazie anche all'attivo supporto politico, economico e logistico dell'Occidente, in particolare degli Stati Uniti. Ciò ha determinato una forte azione di controllo in uno Stato che, nonostante numerose situazioni di tensione culminate con l'assassinio di Benazir Bhutto, ha scongiurato il rischio di una guerra civile e impedito la secessione di alcune parti del paese, come il Beluchistan. Nella regione, ricca di gas naturale e scarsamente abitata, è da mesi in corso una strisciante ribellione tribale per una maggiore autonomia da Islamabad e per una ripartizione più equa delle risorse naturali. A conferma delle tensioni in Beluchistan, nella giornata di mercoledì un ordigno ha provocato 3 vittime e 20 feriti durante una manifestazione a Dera Allah Yar, sulla strada che collega il capoluogo Quetta con Kandahar.

In una situazione così turbolenta, i contrasti tra i partiti di Zardari e Sharif e la mancata costituzione di un governo di unità nazionale non sono certo segnali benauguranti. Il problema principale del dopo Musharraf è che al momento nessuno può parlare a nome di tutto il Pakistan; sono continui i contrasti tra l'esercito, controllato dall'etnia bengalese (come Musharraf), i potentissimi servizi segreti dell'Isi, in mano a Punjabi (come Sharif), e la componente giuridica magistrati-avvocati, da sempre feudo dei Sindhi (come Zardari). Con una simile situazione si mette fortemente in discussione il ruolo che il Pakistan ha svolto durante gli anni della presidenza Musharraf in funzione anti-talebana, di stabilità della regione e di controllo dell'arsenale atomico pakistano. In questo senso, sono a rischio anche rapporti con l'India, la storica rivale del Pakistan, in particolare dopo l'attacco del 7 luglio scorso all'ambasciata indiana a Kabul che, secondo il Dipartimento di Stato Usa e il governo di Nuova Delhi, porta la firma o almeno il placet dei servizi segreti pakistani dell'Isi.

Questa catena di problemi, sia di politica interna che di politica estera, sta producendo una continua situazione di tensione, con il rischio di un'improvvisa escalation delle violenze in concomitanza con la fase più calda della campagna elettorale per le presidenziali del 6 settembre. Un rischio che né il Pakistan né il mondo intero possono permettersi.

Daniele Martino

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Ragionpolitica, periodico on line n.278 del 26/8/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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