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numero 280
6 marzo 2008
 
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L'altra faccia della violenza

di Raffaele Iannuzzi - 28 agosto 2008

Il ministro Maroni, per fortuna, è sempre chiaro e netto: «Se dovesse succedere che, per un cavillo, tra una settimana escono - ha affermato a "Cortina Incontra" - li rispediremo in Romania». Il decreto di espulsione è già pronto: si tratta dei due romeni che hanno selvaggiamente ridotto in fin di vita i due turisti olandesi, violentando, di fronte al marito, la donna. Maroni aggiunge di essere rimasto «esterrefatto dalla confessione della violenza carnale come giustificazione. Come se, nel loro modo di pensare, la violenza sulla donna fosse normale». Probabilmente quel «come se» andrebbe indagato più a fondo, perché tre indizi fanno una prova e qui siamo a cifre statisticamente assai più significative. L'avvocato dei due balordi, sfidando il comune senso del pudore (sociale) e travalicando i limiti del grottesco, ha detto che i suoi clienti si sono pentiti. La piazza del karaoke dei pentimenti tardivi non poteva attendere, evidentemente. Si tratta del solito circo retorico giocato barbaramente sull'orrore e su un altro elemento che, da tempo, sta erodendo la coscienza pubblica e il senso della realtà: il politically correct.

Il politically correct è l'altra faccia della violenza, che fa da sponda a quella, selvaggia, dei romeni. Quando un immigrato o, come sempre più spesso accade, gruppi di immigrati commettono violenze così efferate, scandalose, inaccettabili, scatta immediatamente la cattiva coscienza degli europei progressisti, sempre più perbenisti e sempre più ipocriti: si tratta di disagio sociale, marginalità non «ascoltata» (come si usa dire in sociologhese), i baraccati, i campi nomadi, la «cattiva società» italiana che prima accoglie e poi emargina. Insomma, la rava e la fava, fuffa e menzogne. Chiariamo: menzogne ideologiche - perché di ideologia si tratta, in un mondo ancora saturo di ideologie dislocate nelle pieghe della società - volte a velare il fatto nudo e crudo, oggettivo: questa gente ammazza, distrugge, umilia, violenta le donne indifese, e lo fa con un senso grezzamente e rovinosamente arcaico ed ancestrale di padronanza di sé e risentimento. O c'è il risentimento che distrugge la vita o c'è il desiderio che costruisce nuova vita: tertium non datur. Questi romeni sono dalla parte del risentimento e il loro modo di comunicare con il nostro mondo è questo. Stop. Non c'è altro. E' un circolo vizioso e, nonostante le rimostranze della cultura progressista, questo dato rimane graniticamente sul terreno: non c'è integrazione che tenga, le resistenze sono antropologiche e strutturali.

Certo, il risentimento può avere molte facce e molti aspetti. Può anche parlare molte lingue. Bene, questo specifico risentimento è volto brutalmente, animalescamente e sistematicamente contro chi ti accoglie (e/o contro gli inermi che passano per i territori «marchiati» dalla presenza tribale dei «dominatori»). Al solo fine di affermare la volontà di potenza più schiacciante su territori, che non sono quelli natii, non sono quelli dei propri avi, e, in fondo, non saranno mai sentiti come patria. Tutto questo con una logica tribale e agghiacciante che non appartiene più alla nostra civiltà. Non perché la nostra civiltà sia perfetta, perché non lo è; non è certamente popolata da mammole e serafini, ma ha posto la censura e l'interdetto sociale verso le pratiche più barbare di violenza assassina. Qui c'è, da parte dei romeni, un barbaro «salto quantico» all'indietro, e ne vediamo le tragiche conseguenze. Anzi, a dire il vero, le subiamo, le conseguenze, giorno dopo giorno.

Questo è il dato che il perverso e stolido politically correct non vuole mandare giù: non siamo tutti uguali, neanche sul piano della percezione della vita, dei valori e della realtà. Esistono civiltà, etnie, razze - senza bisogno di scomodare Gobineau, facile feticcio diabolico dei progressisti -, che non si integrano con facilità, soprattutto se provenienti da settant'anni di comunismo, in cui hanno vissuto come schiavi volontari o coatti, ma non fa molta differenza, nella paura e nella delazione di massa, dunque senza certezze e stabilità affettive e morali, senza alcuna coesione sociale degna di questo nome. L'anomìa sociale delle società comuniste ha prodotto questa particolare antropologia e questa forma di brutale darwinismo collettivo. I romeni sono particolarmente efferati quando scatenano la volontà di potenza su corpi indifesi, sembrano educati al rovescio, anziché per affermare la vita, per distruggerla senza un vero perché, agitando quintali di reattività animalesca.

Un altro dato conferma la reiterata tendenza alla devastazione. Due giorni dopo la mattanza dei coniugi olandesi da parte dei due romeni, altri due loro conterranei hanno fatto la pelle ad un polacco, rèo di aver venduto, a loro dire, un trapano (sic!) non funzionante, con calci e pugni. Dopo aver constatato il non funzionamento dell'attrezzo, è scattata una furiosa caccia all'uomo (sempre a Roma, una comunità gigantesca fatta di non-luoghi e non più governata, nelle periferie, dall'unica forza legittima, quella statuale) e, infine, il pestaggio mortale. Ancora una volta - e il politically correct censurerà l'evidenza - romeni. Sempre romeni. Non credo si tratti di mera casualità e, se è vero che le statistiche non producono verdetti, certamente, tuttavia, aiutano a capire orientamenti di fondo. E questo è un orientamento di fondo. Un trend, per dirla col gergo statistico. Il progressismo politically correct ignora, seleziona i dati, li inserisce negli schemi più convenienti, addomesticati, edulcorati, ammorbidisce la realtà nella sua terribile e feroce evidenza. Intanto, la popolazione, il nostro popolo, che non abita le ville dei nuovi progressisti ricchi e inquinati ideologicamente, rischia molto, ogni giorno, e i non-luoghi diventano trappole per topi. Uomini e topi: ma si può vivere così? E fino a quando?

! Raffaele Iannuzzi
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