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2008. Gli affanni della «comunità internazionale»di Anna Bono - 28 agosto 2008 Dall'inizio del 2008 un susseguirsi di crisi nazionali e internazionali sta dimostrando, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto inadeguati siano gli strumenti a disposizione della «comunità internazionale» per prevenire e risolvere i conflitti politici e armati. Le Nazioni Unite, che le forniscono i mezzi d'intervento politico, diplomatico, giuridico e militare - con il Consiglio di Sicurezza, il Tribunale internazionale dell'Aia, la Corte Penale internazionale, i Caschi Blu e le missioni di peacekeeping - hanno accumulato un insuccesso dopo l'altro, a partire dalla crisi post elettorale scoppiata in Kenya all'indomani delle elezioni generali di fine dicembre, compromesse da clamorosi brogli che hanno aggiudicato una immeritata vittoria al presidente uscente, Mwai Kibaki, e al suo schieramento politico. L'intervento di mediazione dell'Onu non è valso a impedire il massacro di oltre 1.000 civili e la fuga di centinaia di migliaia di persone impaurite e tuttora in parte bisognose di assistenza: alla fine Kibaki ha mantenuto la carica di capo di Stato e i due partiti maggiori si sono accordati per spartirsi l'apparato statale, quasi raddoppiando il numero dei ministri per far posto a tutti in un governo di unità nazionale che, in pratica, non ha quindi più un'opposizione con cui confrontarsi. Alla fine di marzo, sempre in Africa, è stata la volta dello Zimbabwe. Qui le cose sono andate ancora peggio: l'opposizione ha vinto le elezioni legislative e alle presidenziali il capo di Stato uscente, Robert Mugabe, è stato sorpassato nelle preferenze dall'avversario di sempre, Morgan Tsvangirai, rendendo necessario un ballottaggio. Sono seguite settimane di violenze e di ritardi nella pubblicazione ufficiale dei risultati. Quando, dopo mesi, la seconda tornata elettorale è stata annunciata, Tsvangirai ha deciso di non parteciparvi e il mondo sbalordito ha assistito per la prima volta a un ballottaggio con un unico candidato. Così Mugabe ha conservato il potere e, come se niente fosse, il 26 agosto ha inaugurato la nuova legislatura: colloqui sono in corso per varare anche in Zimbabwe un governo di unità nazionale. Poi, il 6 agosto, in Mauritania un colpo di Stato militare non cruento ha destituito presidente e primo ministro e ha dato il potere a un Alto consiglio di Stato. Finora la condanna del Consiglio di Sicurezza dell'Onu non è servita nemmeno a ottenere il rilascio del presidente Sidi Ould Cheik Abdallahi, in prigione dal giorno del golpe. Il generale Mohamed Ould Abdel Aziz, che presiede l'Alto consiglio di Stato, ha assicurato il ripristino della democrazia ed elezioni «quanto prima». Sembra il ripetersi del copione di tre anni fa: nell'agosto del 2005 un altro colpo di Stato aveva deposto il presidente Maaouya Ould Sid'Ahmed Taya, approfittando di un suo viaggio all'estero. Anche allora la giunta militare aveva promesso democrazia ed elezioni, effettivamente svoltesi nel marzo 2007 decretando la vittoria del presidente ora agli arresti. Il Palazzo di Vetro si dimostra altrettanto impotente di fronte alle altre aree di conflitto del continente. Per quanto riguarda la Somalia, in guerra dal 1991, i fallimenti non si contano, né può dirsi un passo avanti la risoluzione del Consiglio di Sicurezza che il 19 agosto ha deciso all'unanimità di rinnovare il mandato della Amisom, l'inutile missione di peacekeeping dell'Unione Africana, in corso senza il minimo risultato dall'aprile del 2007. Senza esito concreto è pure l'incriminazione da parte della Corte Penale internazionale del presidente del Sudan, Omar el Beshir, accusato di essere responsabile dei crimini contro l'umanità e di guerra commessi nel Darfur. Dal 14 luglio, giorno in cui il mandato d'arresto è stato spiccato, a oggi, el Beshir ha persino compiuto un viaggio all'estero, in Turchia, senza che nessuno si sognasse di fermarlo e di consegnarlo alla Corte. Né si direbbe che il mandato abbia funzionato almeno da deterrente. L'ultimo atto di violenza in Darfur risale al 25 agosto e a commetterlo è stato l'esercito di Khartoum, che ha accerchiato il più vasto campo per sfollati del Sud Darfur e poi ha aperto il fuoco uccidendo decine di persone nell'ambito di una «operazione controllo». Se le Nazioni Unite sono incapaci di porre fine alla violenza e di difendere la democrazia, non fanno di meglio gli organismi regionali. Solo nel caso della Mauritania l'Unione Africana è andata oltre la disapprovazione formale, sospendendo temporaneamente il paese. Per il resto, ha affiancato l'Onu nelle iniziative di mediazione, con i risultati di cui si è detto. Quanto alla Lega Araba, si è schierata con el Beshir contro la Corte Penale internazionale e ha dichiarato che quanto accaduto in Mauritania non può definirsi un colpo di Stato «nel senso letterale del termine» e si è detta soddisfatta delle assicurazioni della giunta militare per una rapida soluzione della crisi. In realtà, non ci si può aspettare che la democrazia sia al centro delle preoccupazioni di molti degli Stati membri della Lega Araba, di cui fanno parte, ad esempio, Algeria, Sudan, Libia, Siria. Lo stesso si può dire di quelli che compongono l'Unione Africana. Questo porta all'ulteriore considerazione che l'esistenza stessa di una «comunità internazionale» è messa in discussione dai recenti avvenimenti internazionali: almeno se per «comunità» si intende un insieme di soggetti uniti da interessi, regole e obiettivi comuni.
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Ragionpolitica, periodico on line n.278 del 26/8/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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