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Italiani a scuola

di Gianni Baget Bozzo - 28 agosto 2008

La scuola ha ancora il compito di dare un'identità? La scuola pubblica, per essere tale, non dovrebbe dare una fisionomia all'alunno, trasmettendo una forma di civiltà? Ernesto Galli della Loggia ha posto il problema della fine della cultura italiana nella scuola come capacità di vivere una identità propria, di possedere una lingua e una storia, di poter gustare il passato. Ma il senso della memoria e dell'identità non sono motivati nel nostro tempo, in cui il passato non ha più senso e il futuro è un incubo. Nella società tecnologica, in cui l'uomo costituisce il suo mondo e lo fa senza un progetto ma secondo i meccanismi del sapere e del potere, ciò che sarà è imprevedibile. Si possono prevedere i fatti impliciti del presente, ma non le causalità che possono scaturire da essi. Viviamo solo nel presente, passato e futuro si appiattiscono in esso.

La mancanza della memoria e dell'identità crea il maggiore problema della scuola contemporanea: la mancanza di autorità dei docenti. E questo lo si vede non solo nei rapporti con gli alunni, ma soprattutto nei rapporti con le loro famiglie. La linea dell'attuale governo Berlusconi è un po' diversa da quella precedente: non punta solo sul trinomio «inglese-informatica-impresa», ma cerca di stabilire una disciplina scolastica. Tremonti, che interviene su tutti gli atti del governo in ragione del suo incarico, ha chiesto che si torni ai voti numerici abolendo i giudizi verbali. I numeri sono autorevolezza, indicano una qualifica precisa, una definizione: il nove è un nove, il sei è un sei. E il grembiulino della Gelmini indica una certa liturgia della scuola, l'indicazione che essa chiede un costume, esprime una differenza, segna il tempo dell'apprendimento del sapere.

L'italianità può essere un valore scolastico, può essere sentita come una cultura che accoglie gli italiani di nascita ma anche gli immigrati? Offrire una identità è il presupposto dell'integrazione. O si può educare soltanto in funzione dei propri diritti individuali, cioè della propria differenza, e non in funzione dei doveri verso un'entità che si chiama Italia? «Italiani senza Italia» ha definito Aldo Schiavone gli italiani di oggi. Essere italiani è un preciso modo di essere. L'affermazione tumultuosa delle iniziative e delle scelte che animarono il paese fin dagli anni della fine della guerra e videro sparire il tricolore dai simboli riconosciuti comuni ma non il fatto di sentirsi italiani, secondo Schiavone spiega il modo in cui Berlusconi ha riunito questi «italiani senza Italia», facendo appello a un'Italia che egli impersonava. Ciò ha contagiato anche il Partito Democratico, che oggi parla di «salvare l'Italia».

L'Italia è il paese dell'Europa occidentale in cui l'identità nazionale ha meno fortuna. Anche in Germania, che conobbe la parentesi nazista, assai più radicale di quella fascista, il sentimento di unità nazionale apparve nell'unificazione dell'Est con l'Ovest. Forse è proprio l'identità debole che determina il sentimento di paura dell'immigrazione: gli immigrati sanno chi sono, gli italiani non si sentono riconosciuti da loro stessi. Per questo Galli della Loggia pone un problema vero: quello di non sacrificare il cosmopolitismo che vede solo diritti individuali al sentimento dell'identità culturale, alla nazione. Solo alle Olimpiadi l'inno nazionale è sopravissuto come identità. L'identità italiana può accogliere gli immigrati, la delegittimazione della propria cultura può creare solo razzismo e violenza. Perché l'identità culturale esiste, l'italianità esiste, e censurarla è compiere una violenza su se stessi, forse la violenza peggiore.

! Gianni Baget Bozzo

Questo articolo è stato pubblicato su Il Secolo XIX del 26 agosto 2008

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