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numero 280
6 marzo 2008
 
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Oltre confine

di Gabriele Cazzulini - 28 agosto 2008

La guerra in Georgia ha scoperchiato l'impotenza dell'Unione Europea come unità politica capace di manifestare una volontà e disporre dei mezzi per attuarla. Nel precipitare degli eventi, pochissimi hanno avuto la sensibilità di constatare l'avvenuto decesso politico dell'Ue - forse perché distratti dall'iniziale attivismo di Sarkozy che sembrava aver resuscitato la grandezza francese e rispolverato l'orgoglio degli europei. Ma la momentanea impasse dei sei punti di Parigi non è il prezzo del continuo fallimento di Bruxelles. Oggi l'Europa resta un vuoto politico, che è incapace di unificare le prospettive dei suoi membri in crisi globali come questa. Nonostante l'imperterrito lavorio di ingegneria costituzionale, l'Europa resta un motore sofisticato che però non gira. Le magniloquenti e pompose stagioni costituenti hanno sfornato soltanto topolini, per giunta schiacciati dal voto popolare.

L'Europa è soltanto uno spazio dove transitano i messaggi degli Usa e della Russia, eppure è lei che pagherà lo scotto del confronto tra oriente e occidente. E' l'Europa che rischia di essere attraversata da una nuova linea di divisione che rievoca la cortina di ferro, spostandola molto più ad oriente. Gli europei non sono più un popolo diviso, perché sono diventati la terra di divisione tra America e Asia. Dalla fine della seconda guerra mondiale fino ad oggi l'Europa è rimasta un'espressione geografica, una pendice sia della Russia che dell'America. Né liberale né comunista, l'Europa è rimasta un vuoto di contraddizioni che alla fine non hanno composto nessuna identità.

A questo punto i governi nazionali sono l'unica realtà politica esistente in Europa, come è sempre avvenuto. Perciò è necessario che i singoli governi siano dotati di una cultura politica e di una struttura istituzionale adeguata alla nuova realtà di una globalizzazione conflittuale. Dietro al muro di Berlino si apriva l'ombrello protettivo a stelle e strisce. Poi si era dischiusa una stagione di distensione, dove una pluralità di centri di potere sembrava neutralizzare l'insorgere di conflitti su scala globale. Oggi il tempo non è ritornato all'indietro. La realtà attuale ripropone uno scontro di dimensioni mondiali ma senza quell'equilibrio bipolare che era stato il baricentro del mondo per mezzo secolo. Il multipolarismo, la presenza di molteplici forze politiche, si è trasformato in un multipolarismo conflittuale. Ritorna cioè l'ipotesi della terza guerra mondiale, ma i fronti non sono soltanto Usa e Russia, perché i belligeranti possono formare più fronti. Cina, India, Corea, Iran, Siria, Venezuela. Non è più una partita uno contro uno. E' una partita di tanti contro tanti. Perciò gli Stati nazionali in Europa devono provvedere a riforme strutturali delle loro istituzioni di potere e delle loro strategie internazionali.

L'Italia ha beneficiato di una provvidenziale semplificazione del suo sistema partitico, con la formazione di due grandi partiti e l'esclusione di quelli minori, tradizionalmente fonte d'instabilità. Ma il cammino non è concluso, perché gli stessi processi decisionali devono essere snelliti e integrati per fornire risposte in tempi rapidi e con una chiara assunzione di responsabilità politica. E' il fardello di una democrazia, quello di essere sottoposta all'imperativo etico di coniugare la capacità decisionale con la sua trasparenza. Quando in ballo ci sono le vite di milioni di persone, non conta soltanto prendere una decisione, ma chi prende quella decisione. L'Italia non può più permettersi di finire assorbita nelle vecchie logiche della partitocrazia con governi della durata di mesi e paralizzati in ogni decisione. L'emergenza degli sbarchi clandestini a Lampedusa è un esempio su scala microscopica. Di fronte alla latitanza dell'Europa, Roma deve affrontare da sola una crisi che è al tempo stesso internazionale e interna. Per gestire e superare crisi come queste serve una maggioranza compatta, un partito unico, un premier autorevole. Ma non basta.

Serve una cultura politica aperta alle relazioni internazionali e un'opinione pubblica che discuta di politica globale senza steccati mentali e senza commettere l'errore antico di distorcere la politica estera con le categorie della politica interna. Il bello della democrazia è che il governo non può fare tutto, quindi Berlusconi non può rimediare alla titubanze amletiche della sua opposizione o spiegare ai giornalisti che la carta stampata non è una fiala in cui inoculare propaganda pro o contro qualcuno. Il rientro dalle vacanze riserverà uno scenario globale altamente instabile, per leggere il quale serviranno idee e progetti aggiornati. Il nostro governo è finalmente libero dalle strozzature della vecchia politica e può concentrare le energie sulla ripresa dell'Italia a livello internazionale. L'alternativa è finire alla deriva, nel limbo delle sotto-potenze locali. Il nuovo contesto globale richiede alla politica interna di evitare quegli estenuanti conflitti ideologici, quelle ininterrotte dispute personali che ingigantivano una minuzia in una tragedia storica. Quest'estate si sta chiudendo senza scandali e senza minacce di crisi di governo. Una vera novità che permette di focalizzare quello che avviene fuori dai confini. La politica estera è il vero tavolo in cui si giocano le partite per il potere del nuovo secolo.

! Gabriele Cazzulini
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