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Una ricetta per il SudScommettere sul federalismo fiscale e posizionarsi al centro dello scambio euro-mediterraneodi Filippo Salone - 28 agosto 2008 Che il progetto di federalismo fiscale alla ripresa dei lavori autunnali possa trovare consenso unanime ed essere approvato come ricetta condivisa di sviluppo e magari passare indenne l'eventualità di un referendum costituzionale è difficile da credere. Ma se, alla fine, andasse veramente così, allora i dividendi per la nostra economia ed in genere per il nostro sistema-paese sarebbero davvero notevoli. Per il Sud, poi, questa riforma presenta le due facce di una stessa preziosissima medaglia. O opportunità di riscatto attraverso un autonomismo virtuoso poiché definitivamente sgravato dal centralismo di Roma o temibile acceleratore dei mali endemici delle regioni e dei territori rimasti più indietro. Una prima, superficiale analisi ci porterebbe a dire che una trasformazione dello Stato in senso integralmente federale possa finire per allargare il divario tra le aree del paese, indebolendo ulteriormente le zone più arretrate del Mezzogiorno. Se tuttavia si guardasse con occhio critico alla storia d'Italia post-unità si potrebbe convenire su come il maggior vulnus del nostro Sud sia stato proprio quel celarsi sic e simpliciter dietro lo sterile assistenzialismo di Roma. È anche e soprattutto a causa di un'economia languidamente dipendente dallo Stato centrale che per anni il Meridione non ha saputo dare slancio alle proprie risorse e non è riuscito a cogliere lo sviluppo delle sue tipicità. Il federalismo fiscale, dunque, come uno shock capace di resuscitare le potenzialità a lungo sopite del gigante meridionale. Perché no? I governi territoriali, con l'autonomia finanziaria, saranno messi di fronte alle proprie responsabilità, non potendo più usufruire dello schermo di protezione che una cattiva politica statalista gli aveva per molto tempo assicurato e, anzi, saranno pungolati da un sistema concorrenziale inter-regionale di erogazione di servizi e di standard di efficienza. Se e laddove questo meccanismo di livellamento verso l'alto verrà realizzato, allora l'impatto della riforma federalista non potrà che produrre dividendi positivi per l'intero Mezzogiorno. In caso contrario - si pensi ad amministrazioni storicamente deboli che si trovassero a non sapere assicurare in maniera autonoma servizi primari - invece ci troveremo di fronte ad un paese a più velocità, dove nella fattispecie toccherebbe allo Stato centrale assistere un Sud sempre meno competitivo. Niente di più di quello che è avvenuto sin qui. Scommettere sulla prima delle due ipotesi, quindi, è d'obbligo. Tra le prospettive benefiche per il rilancio del nostro Mezzogiorno si annovera, inoltre, un argomento sempre più centrale nella politica continentale: costruire, dopo decenni di marginalità, un polo di sviluppo mediterraneo in grado di competere con una propria specificità nel mercato globale. La sfida è quella di Barcellona 2010, recentemente consolidata dalla Conferenza di Parigi con l'istituzione dell'Unione Mediterranea, e punta a cogliere i nuovo flussi che dall'Oriente fanno rotta verso l'Europa attraverso il Mediterraneo e le autostrade del Mare, configurando una nuova zona di libero scambio che naturalmente staglia in una posizione di centralità l'intero Meridione. Che nella redistribuzione delle carte provocata dalla globalizzazione il Mezzogiorno possa diventare ora un'area emergente del pianeta legata alla crescita e allo sviluppo del «progetto Mediterraneo» è pertanto un'ipotesi su cui investire anche a livello di governo nazionale. Un'opportunità storica per rilanciare un ciclo di sviluppo e accantonare i problemi, le lentezze, i retaggi e i fallimenti passati del nostro Sud. D'altra parte, malgrado ancora oggi gli indicatori economici in termini di occupazione, di reddito e di produttività risultino negativi e molto discostanti dalla media nazionale, è anche vero che alcuni segnali incoraggianti si iniziano a scorgere. Soprattutto per quello che dipende dal privato. Il tasso di natalità delle imprese a Sud è ritornato a crescere e si registrano segnali apprezzabili di riduzione del divario dalle regioni del Nord quanto ad attività di ricerca e di innovazione. A governare quello che sembra un circolo virtuoso, capace di abbattere le tradizionali barriere presenti nel territorio, ci sono nelle imprese, nelle amministrazioni e nelle università risorse dirigenziali e intellettuali importanti e in più di qualche situazione, negli ultimi anni, si è registrato anche l'auspicato ricambio generazionale. Sotto questo impulso oggi appare un «ciclo in chiusura» il precedente modello di sviluppo per cui si presumeva di fare economia nel Mezzogiorno tramite un mero trasferimento di grande industria. Nel Sud del nuovo millennio si possono ammirare realtà di piccola e media impresa che presentano nicchie di eccellenza e redditività costanti. Bisogna però che le produttività positive che pure vengono realizzate non rimangano soltanto episodi sporadici. Occorre cioè creare un best practice capace di indurre processi di imitazione virtuosi e in grado di generare un sistema ad economia diffusa che sfrutti competenze e tipicità emergenti. Una straordinaria occasione per «saltare» verso un futuro migliore. Filippo Salone |
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Ragionpolitica, periodico on line n.278 del 26/8/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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