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Federalismo da nord a sud

di Carlo D'Andrea - 30 agosto 2008

Quali effetti avrà nel Mezzogiorno l'autonomia fiscale? Secondo uno studio pubblicato da lavoce.info e ripreso dai principali quotidiani, a pagare la riforma in termini di minori risorse saranno le Regioni meridionali e quelle più piccole del centro-nord come Liguria e Umbria. L'analisi è di sicuro interesse, ma va letta tenendo presenti due aspetti cruciali. In primo luogo il testo su cui si ragiona è soltanto la bozza di partenza, presentata a luglio dai ministri Calderoli e Fitto, e ancora tutta da verificare; in secondo luogo la diminuzione di risorse ipotizzata, ed enfatizzata, nello studio riguarda i servizi non essenziali che il testo originario punta a finanziare con un corrispettivo aumento dell'aliquota Irpef. La precisazione non è di poco conto, visto che si sta parlando di servizi, non soggetti a perequazione integrale, che rappresentano appena il 25% circa della spesa corrente delle Regioni. Nella previsione degli analisti de lavoce.info, in ogni caso, la nuova fiscalità avvantaggerà evidentemente le Regioni con il reddito pro capite più alto (l'Irpef è un'imposta progressiva), mentre quelle fiscalmente più deboli sarebbero solo in parte compensate dal meccanismo di perequazione orizzontale previsto per questo tipo di spese.

Il quadro ipotizzato poggia però su pochi dati certi. Ancora non si conoscono, infatti, quali tributi lo Stato trasferirà direttamente alle Regioni, né quali aliquote saranno riconosciute. Tantomeno è chiaro come funzionerà esattamente la perequazione e quali saranno i tempi di attuazione del decentramento tributario. È indubbio che il passaggio da un sistema fiscale centralizzato a uno federale in teoria sia destinato ad avvantaggiare le Regioni più ricche del paese. Il vero obiettivo della riforma, tuttavia, è ottimizzare tutto il sistema di spesa pubblica, mantenendo sul territorio una parte cospicua delle risorse e superando le logiche assistenziali che fino ad oggi hanno soltanto contribuito ad aumentare il divario tra Regioni ricche e Regioni povere. Non si spiegherebbe diversamente, del resto, il clima positivo registrato prima della pausa estiva negli incontri tra governo e Regioni.

Stilare in questo momento una classifica delle Regioni che, in seguito alla riforma, risulterebbero vincenti o perdenti in termini di risorse appare comunque un esercizio propagandistico più che scientifico. Non erano, infatti, necessari calcoli così sofisticati per capire che si dovrà stringere la cinghia soprattutto al sud, non soltanto perché si tratta dell'area fiscalmente più debole, ma soprattutto perché è lì che purtroppo si annidano gli sprechi più grossi. Il direttore del Riformista Antonio Polito, che s'interroga sull'origine delle risorse che il ricco nord tratterrà di più per i propri cittadini, da ex-parlamentare campano dovrebbe ben sapere quanti soldi sono buttati nella sua Regione per un'assistenza sanitaria che è al tempo stesso la più cara e tra le più scadenti in Italia.

Se c'è una ragione che può riunire il paese intorno al federalismo fiscale, è in realtà proprio l'intenzione di porre fine alle spese folli, e soprattutto opache, che al sud in particolare alimentano da decenni pervicaci forme di clientelismo utili ad assicurare il governo locale alle solite cricche di potere. Lo stesso presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, intervistato dal Mattino, ha riconosciuto come la riforma fiscale possa diventare «un'occasione per fare luce sul Mezzogiorno, illuminare gli spigoli bui in cui si annidano parassitismo delle classi dirigenti, dissipazione delle risorse, sprechi corruzione e malgoverno». Tra Regioni a statuto speciale, stanziamenti straordinari per Roma e aeree sottoutilizzate sparse a macchia di leopardo anche nel ricco nord resta, inoltre, tutto da verificare il presupposto che sprechi e inefficienze riguardino soltanto il meridione. È questa una verifica cruciale per lo sviluppo di un federalismo equo e competitivo che impegnerà governo e autonomie e che, se condotta in profondità, rivelerà non poche sorprese.

Il problema per chi ha a cuore il meridione, ma al tempo stesso conosce l'origine delle sue difficoltà, non è comunque continuare ad assicurarsi sotto forma di perequazione lo stesso assistenzialismo che fino ad oggi gli ha impedito di crescere. Il nodo è un altro: sviluppare una migliore trasparenza nel rapporto tra cittadini e classe politica locale. Il cittadino campano, calabrese o abruzzese non deve toccare con mano l'importanza del governo regionale soltanto quando la malagestione assume le forme critiche degli scandali della spazzatura o della sanità. Se il federalismo fiscale ha la sua ragion d'essere nel responsabilizzare gli amministratori dinanzi agli amministrati, bisogna sforzarsi di rendere il controllo degli elettori quanto più costante e trasparente possibile. Di qui nasce la necessità di una fiscalità basata su tributi propri e, soprattutto, corrispondenti a servizi ben precisi. Tracciare fin da ora una linea di demarcazione tra cittadini che guadagneranno e cittadini che perderanno, in una riforma ancora tutta da definire, significa minare fin dalle fondamenta un percorso pensato per dare a tutto il sistema-Italia la scossa necessaria per riemergere dalla crisi.

Carlo D'Andrea

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