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Obama e la questione irachenadi Stefano Magni - 30 agosto 2008 Barack Obama ha pronunciato il suo «storico» discorso giovedì sera. E' il primo da candidato presidenziale democratico. Una folla in delirio si è spellata le mani su una serie di slogan ben congeniati e di facile presa, ma avrà ascoltato i contenuti del discorso? Si sarà accorta di quel che Obama stava loro dicendo? Concentrandoci su un unico aspetto della sua retorica - la politica estera - notiamo che Obama ha ribadito la sua linea di sempre: ritirarsi «in modo responsabile» dal fronte iracheno e concentrare gli sforzi contro «un network del terrore che opera in 80 paesi e che non si può sconfiggere occupando l'Iraq». Il candidato democratico si avvantaggia per un fatto oggettivo: l'amministrazione Bush non è riuscita a catturare o a uccidere Osama Bin Laden dopo sette anni di caccia. Ma la critica di Obama e le sue proposte nascondono più errori che soluzioni. In primo luogo, egli dimentica che l'operazione Enduring Freedom iniziata nel 2001 per stroncare la rete di Al Qaeda si sta già combattendo in tutto il mondo. Enduring Freedom si combatte su 4 fronti: Afghanistan, Filippine, Corno d'Africa e Sahara. Anche se i media parlano solo dell'Afghanistan, sugli altri tre fronti si combatte ancora e Obama dovrebbe saperlo. Basti pensare all'uccisione mirata del leader qaedista Farah Ayro in Somalia, il primo maggio: è stato colpito in un raid aereo americano. Il presidente Bush e la sua amministrazione repubblicana hanno perfettamente compreso (molto prima dei democratici) che la sfida al terrorismo è globale e hanno agito di conseguenza. Sono stati i primi, contrariamente alle amministrazioni democratiche precedenti, ad aprire gli occhi sull'Africa, vera e propria retrovia della rete del terrore. Hanno costituito anche un nuovo comando militare, l'Africom, per coordinare le loro operazioni in quella regione dimenticata del mondo. L'Iraq, anche se non rientra in Enduring Freedom, è un quinto fronte della stessa guerra. Nel sottovalutare l'importanza del fronte iracheno, Obama non fa altro che ripetere l'errore perennemente ripetuto dai democratici e dagli analisti loro vicini: considerare l'Iraq come una guerra completamente slegata dal conflitto globale contro il terrorismo. E' un errore storico, prima di tutto, credere che non vi fosse alcun legame tra Saddam Hussein e il terrorismo prima del 2003. Perché, se è vero che i documenti ufficiali iracheni sequestrati e analizzati negli Usa rivelano che non v'è stato alcun contatto ufficiale tra Saddam e Al Qaeda, è altrettanto vero che gli stessi documenti provano l'esistenza di numerosi contatti operativi tra i servizi segreti di Baghdad e tutti i gruppi jihadisti (compresi quelli legati ad Al Qaeda), nel nome della comune guerra contro gli Stati Uniti. Dalla documentazione ritrovata e analizzata risulta che il regime iracheno era uno sponsor del terrorismo islamico e dunque un intervento militare contro Saddam era pienamente giustificato. L'altro errore, ancor più grave, è strategico: i democratici non hanno capito che Al Qaeda, ormai, considera l'Iraq il suo fronte principale, stando agli stessi messaggi di Ayman Al Zawahiri e di Osama Bin Laden. Ed è in quelle terre che la rete del terrore sta subendo le sue perdite più gravi, sia di miliziani che di capi. E anche di credibilità. Tutti gli 11 membri dello «Stato Islamico Iracheno» sono stati catturati o uccisi. Al Masri, il leader di Al Qaeda in Iraq, è fuggito in Afghanistan e nel paese affluiscono sempre meno militanti stranieri: in media 20 al mese, contro i 110 al giorno di un anno fa, un chiaro indice di calo della forza di attrazione ideologica di Al Qaeda sul suo fronte principale. La guerra in Iraq, in particolare la campagna condotta dal generale Petraeus, sta ottenendo altri effetti molto importanti: divide Al Qaeda dalla popolazione sunnita, che ormai si ribella ovunque contro le milizie islamiste; divide gli sciiti radicali e filo-iraniani da quelli più moderati; contribuisce a creare un nuovo centro di gravità del mondo sciita alternativo a quello iraniano; cerca di creare un centro di aggregazione tra sciiti e sunniti che rigettano lo jihadismo; dà ai curdi una terra (unica in tutto il Medioriente) in cui possono amministrarsi in modo autonomo. Anche da un punto di vista istituzionale, la ricostruzione democratica dell'Iraq ha avuto più successo rispetto a agli altri interventi internazionali. Giusto per fare due esempi: la Bosnia-Erzegovina ha tuttora (a 13 anni dalla fine della guerra) istituzioni instabili e richiede la presenza di truppe internazionali per non dividersi nuovamente; il Kosovo ha impiegato 9 anni per avere una sua Costituzione e tuttora non è chiaro come possa risolvere la questione della minoranza serba senza la presenza di una forza di interposizione della Nato. L'Iraq, al contrario, in 5 anni, si è dotato di una Costituzione (redatta da un'assemblea democraticamente eletta e approvata con un referendum popolare) e ora è retto da un governo, da un parlamento e da governi locali democraticamente eletti. E questo in una regione del mondo in cui la democrazia non è mai esistita. Ritirarsi dall'Iraq non renderebbe onore agli sforzi finora sostenuti dagli Stati Uniti e dalla coalizione e disconoscerebbe i successi ottenuti. Regalerebbe al terrorismo islamico una vittoria ormai insperata. Obama parla di ritiro «responsabile». Ma in tempi non sospetti (nel corso delle primarie) era il suo stesso attuale candidato vicepresidente Joseph Biden a smentirlo: «La mia impressione è che Obama pensi - dichiarava Biden il 13 settembre 2007 - che se ci ritirassimo gli iracheni inizierebbero a vivere in pace. Non ho alcuna prova che lo dimostri». Quanto a un ritiro calendarizzato, Biden diceva: «Ho paura che, se fissassimo una data, il nemico non farebbe altro che attendere la nostra uscita dal paese. Sarebbe comunque un errore». Ora Biden, per motivi elettorali, sostiene la politica del ritiro voluta dal suo superiore. Obama giustifica la sua decisione di andar via dall'Iraq citando il suo incontro con il premier Al Maliki a Baghdad. Ma inverte le parti. Il capo del governo iracheno non gli ha chiesto di ritirare le truppe: nel corso della visita si è semplicemente adeguato alle richieste e alle esigenze di un candidato che potrebbe diventare il nuovo presidente degli Usa. Maliki ha capito da che parte tira il vento e ha messo sùbito le mani avanti. E se ha potuto fare dichiarazioni simili è solo per un motivo: può consentire che gli americani lo lascino da solo perché Bush ha già fatto il grosso del lavoro contro Al Qaeda.
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Ragionpolitica, periodico on line n.278 del 26/8/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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