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6 marzo 2008
 
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Disgelo tra Cina e Taiwan

di Daniele Martino - 2 settembre 2008

Dopo quasi 60 anni di contrasti tra la Cina comunista di Pechino e la Cina nazionale di Taiwan si è giunti ad un punto di svolta storico: gli attriti tra le due sponde del Mar Giallo sono ormai relegati ai libri di storia e si è senza dubbio aperta una nuova fase politica che mette in discussione gli equilibri nati dopo la seconda guerra mondiale. Dopo l'incontro dello scorso luglio tra il presidente cinese Hu Jintao ed il suo omologo taiwanese Wu Poh, gli sforzi diplomatici per la creazione di un rapporto più stretto tra la Cina e Taiwan sono entrati nel vivo. Il modello che intende seguire Pechino nei confronti di Taipei ricalca quello utilizzato ad Hong Kong e Macao. Le due ex colonie, la prima inglese e la seconda portoghese, ritornate alla Cina negli anni '90, hanno visto un ritorno graduale all'interno dello Stato cinese con lo status di «territori speciali», nell'ambito del progetto «un paese, due sistemi»; la differente impostazione economica e politica di Taipei rispetto a Pechino ha tutte le carte in regola perché questo progetto sia attuato anche a Taiwan.

Ma un eventuale ingresso della Cina nazionale all'interno della Repubblica Popolare non è semplice come il reintegro di due ex-colonie. Taiwan sotto il controllo di Pechino raffredderebbe i rapporti tra Cina e Stati Untiti, senza contare le certe implicazioni per tutti gli Stati dell'area pacifica, in primis Giappone e Corea del Sud. Divise tra l'ansia di riunificazione alla Cina e la volontà di mantenere un ottimo rapporto con Washington, l'opinione pubblica e le forze politiche taiwanesi sono profondamente indecise. Il Kuomintang (Partito nazionalista cinese), erede della tradizione di Sun Yat-Sen e Chang Kai-Shek di una Cina democratica, costituisce infatti l'alleato di fiducia degli Stati Uniti nel Pacifico dagli anni '30 e oggi, assieme al Partito Liberaldemocratico in Giappone, svolge un ruolo fondamentale nei rapporti tra l'Asia e gli Usa. Per gli americani, oltre al significato politico, Taiwan ha pure un grande significato ideale: assieme ad Israele, rappresenta uno dei pilastri nel mondo dell'idea stessa di America, basata su libertà e democrazia.

Questo è ben noto ai taiwanesi, che si sentono cinesi - di qui l'intenzione di riavvicinarsi alla Cina - ma non si riconoscono nell'impostazione politica di Pechino. Oltre agli Stati Uniti, non vanno dimenticati gli stretti rapporti di Taiwan con il Giappone; l'impetuosa crescita del paese negli anni '60 e '70, per la quale si coniò il concetto stesso di «tigre asiatica», è legata a doppio filo alla politica industriale di Tokyo, che lì iniziò il processo di delocalizzazione delle attività produttive, consentendo un grande sviluppo economico. Inoltre, a nord e ovest dell'isola passa il 70% delle forniture giapponesi di petrolio e il 50% del fabbisogno nazionale di gas. L'isola è quindi assolutamente strategica per la sicurezza militare e gli approvvigionamenti energetici del Giappone.

Di fronte ad una simile situazione di delicati equilibri internazionali, è evidente come un eventuale riavvicinamento tra Pechino e Taipei non possa che avvenire con il beneplacito e la supervisione di Tokyo e Washington. In questo quadro s'inserisce il miglioramento dei rapporti tra Cina e Giappone, dopo le manifestazioni anti-giapponesi a Pechino della primavera 2007, culminato con la visita di Hu Jintao all'imperatore Akihito lo scorso luglio. Di certo la riunificazione delle due Cine non è per domani, né i contrasti tra Stati Uniti e Giappone da una parte e Cina dall'altra (non ultimo il rapporto da tenere con la Corea del Nord) sono prossimi ad una soluzione. Nell'immediato, si profila un mantenimento dello status quo nell'area, anche se occorre tenere presente una rinnovata volontà cinese di contare di più nel Pacifico. Nonostante l'attivismo cinese, tuttavia, una sola Cina è ancora molto lontana.

Daniele Martino

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