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L'affronto di Pyongyang

di Alessandra Poggi - 2 settembre 2008

Esattamente due mesi dopo aver distrutto la torre di raffreddamento della centrale nucleare di Yongbyon - un gesto simbolico teso a manifestare la ferma volontà di rinunciare alle proprie ambizioni nucleari - il 26 agosto scorso la Repubblica popolare democratica della Corea del Nord (RPDC) ha reso pubblica la decisione di sospendere il programma di disarmo atomico. Questa scelta è stata annunciata in un contesto internazionale molto confuso, nel momento in cui i politici statunitensi sono quasi completamente assorbiti dall'agone elettorale e la Comunità Internazionale è intenta a rattoppare le relazioni con la Russia.

Il provvedimento è stato adottato come ritorsione contro gli Usa per non aver ancora rimosso la RPDC dalla lista dei cosiddetti «Stati canaglia» sostenitori del terrorismo, in cui era stata inserita nel 1987 dopo un attentato contro un aereo di linea sud coreano che aveva causato 115 morti. L'inclusione nella «lista nera» e le sanzioni internazionali tutt'ora in vigore dopo la guerra del 1950-1953 hanno reso la Corea del Nord una Nazione paria, del tutto esclusa dalle iniziative degli organismi finanziari internazionali.

A partire dal 2003, grazie allo sforzo di mediazione cinese, erano stati avviati una serie di incontri multilaterali (i cosiddetti Six-party talks tra Russia, Stati Uniti, Corea del Sud, Giappone, Cina e Corea del Nord) nel tentativo di raggiungere un compromesso per gestire le velleità nucleari nord coreane. Il 30 settembre 2007, dopo sei cicli di incontri, il Presidente Kim Jong Il aveva promesso lo smantellamento dell'intero arsenale nucleare nord coreano; in cambio, il Presidente Bush gli aveva assicurato la rimozione del Paese dalla «lista nera» per giungere alla normalizzazione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi, tuttora regolati dall'armistizio del 1953. Il 26 giugno 2008, dopo altri dieci mesi di intensa attività diplomatica, Pyongyang ha finalmente pubblicato un dossier di 60 pagine contenente i dati relativi alla produzione di plutonio iniziata nel 1986: una scorta di 37 chili, pari ad una mezza dozzina di bombe nucleari. La questione sembrava così del tutto risolta. Gli Usa impegnati a verificare l'attendibilità del dossier e la Cina protesa nello sforzo diplomatico per sostenere il Paese e soprattutto per difendere i propri interessi economici sulla penisola: in Corea del Nord si sono già insediate un centinaio circa di industrie portuali, minerarie e siderurgiche cinesi ed è del dicembre 2005 la firma di un accordo di cooperazione tra i due Paesi per appurare la presenza di pozzi petroliferi nel Mar Giallo.

L'11 agosto 2008 George W. Bush ha però espresso la propria intenzione di mantenere la Corea del Nord nella lista degli «Stati canaglia» fino alla dichiarazione di disponibilità della RPCD ad accettare ispezioni nei siti di smantellamento nucleare. Le mutue accuse sulla responsabilità dell'attuale impasse, ormai abituali nelle relazioni tra Usa e Corea del Nord, risultano adesso accentuate dalle manovre politiche che vi si nascondono dietro. Le pressioni dei neoconservatori, che hanno definito il voltafaccia di Bush una «capitolazione morale», hanno spinto la Casa Bianca a rafforzare la propria fermezza nei riguardi di Pyongyang. Dal suo canto, il regime nord-coreano ha cominciato a guardare favorevolmente a Barack Obama e soprattutto a Joseph Biden, partigiano dichiarato del dialogo con la RPDC, sicuro ch'essi saranno interlocutori molto più autorevoli di un Presidente ormai indebolito. Non a caso, mentre in Corea del Nord veniva annunciata l'interruzione del disarmo atomico, al di là dal Pacifico negli Stati Uniti aveva inizio la Convention democratica. Un vero e proprio affronto di Pyongyang nei confronti dell'amministrazione Bush.

Alessandra Poggi

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