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numero 280
6 marzo 2008
 
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La scuola torna a fare sul serio

di Stefano Doroni - 2 settembre 2008

In una lettera del 1871 a Francesco Florimo, Giuseppe Verdi aveva scritto: «Torniamo all'antico e sarà un progresso». Restando in ambito musicale possiamo indicare in questa espressione il disagio e il sospetto del grande maestro per il rischio di dissoluzione del ritmo e del contorno che egli vedeva nella musica dei nuovi tempi. Timore in parte fondato. La frase verdiana si adatta però benissimo anche a quello che sta accadendo nella scuola italiana in questi giorni, alla vigilia dell'apertura del nuovo anno scolastico. Qualcuno, specie in terra pseudo-progressista, accusa il ministro Gelmini di rifugiarsi nel passato per cambiare la scuola italiana. E invece non si tratta di un rifugio, ma di un gesto di lucida consapevolezza.

Si torna ai voti anche alle scuole elementari, accompagnati da un giudizio sintetico sull'alunno, mentre alle scuole medie si torna al voto secco: un numero, nella sua stupenda chiarezza e inappellabilità; un numero che permette di identificare limpidamente il grado di profitto raggiunto dall'allievo, senza le reticenze del giudizio, che impediva di stratificare la valutazione, facendo - detta in soldoni - di ogni erba un fascio. Ripensiamo ai giudizi che hanno afflitto la scuola dell'obbligo da decenni: «Non sufficiente», «Sufficiente», «Buono», «Distinto», «Ottimo». Se un alunno si beccava un «Non sufficiente» in un compito in classe non potevi sapere se si trattava di un 5 o di un bel 3: ora, chiunque capisce che fra le due valutazioni c'è una bella differenza, cioè quella che corre fra una prova mediocre o scarsa e una disastrosa. E lo stesso si può dire dei voti di medio livello o di quelli eccellenti. Ma pure del ritorno al maestro unico alle elementari. I bambini hanno bisogno di un punto di riferimento preciso e sicuro, una persona con cui affrontare la scoperta della conoscenza tutta insieme, armonizzata alla loro delicata evoluzione.

Nei decenni che hanno seguito il Sessantotto la cultura e la scuola italiane sono divenute preda e feudo pressoché esclusivi della sinistra, e di quella comunista in particolare. Il pensiero debole ma unico, imposto dai rossi intellettualoidi maestri di facile buonismo e colpevole lassismo, ha distrutto l'impianto tradizionale della nostra scuola, che magari necessitava di un po' di maquillage ma non certo di una plastica completa che invece di ristrutturarla l'ha completamente sfregiata. L'introduzione dei giudizi al posto dei voti nella scuola dell'obbligo rispondeva a questo progetto demolitorio: si indeboliva notevolmente l'impatto della valutazione proponendo un sistema di giudizio troppo aleatorio e per niente efficace, soprattutto laddove il livello era basso. L'esclusione della valutazione del comportamento dalla media complessiva rispondeva poi al tentativo di cancellazione del senso civico del rispetto dell'autorità e dell'altro: in soldoni, significava piegarsi di fronte al prepotente, al bullo se volete, a scapito del diritto del buono a vivere in pace. Il tutto in perfetta coerenza con la tendenza della giustizia italiana degli ultimi decenni a concedere favori al criminale piuttosto che attenzione alla vittima. «Tout se tien», come dicono i francesi. Bene: il voto in condotta farà di nuovo media, e con il 5 in comportamento la bocciatura è automatica.

È perfettamente logico, all'interno di questo quadro, che la sinistra e i sindacati insorgano, perché viene demolito con poche e semplici mosse il loro impianto ideologico di distruzione di una scuola seria e realmente formativa. Ma se queste mosse sono semplici perché nessuno vi aveva messo mano prima? Evidentemente per un timore diffuso proprio delle reazioni di gran parte del mondo scolastico italiano culturalmente asservito alla sinistra. Infatti in piazza minacciano di scenderci anche gli studenti (ben indottrinati all'impunità e al fannullismo), naturalmente imbestialiti dal ritorno alla centralità del voto in condotta, abituati come sono ad una scuola da vedere come un terreno selvaggio da conquistare e in cui fare quello vogliono, meno che studiare seriamente e maturare come uomini e come cittadini. Ed ecco che proprio nell'ottica di questa maturazione torna l'insegnamento di quella che si chiamava «educazione civica»; altro provvedimento da applaudire. L'educazione civica era stata in pratica sostituita, nella scuola media, dall'«educazione ambientale», senza dubbio utile ma asservita anch'essa - basta leggere alcuni testi - all'ambientalismo integralista di matrice verde, che non forma un bel niente e nessuno ma prepara ideologicamente al pregiudizio politico anche in una materia che di per sé non dovrebbe avere colore di partito.

C'è da augurarsi che in seguito a questa ventata di serietà le scuole italiane, sia elementari che medie, cessino di essere i «progettifici» che sono adesso. C'è un progetto per tutto, magari anche per insegnare ai ragazzini come dare lo straccio sui pavimenti (non mi stupirei esistesse davvero), giusto per consentire agli amici degli amici e alle associazioni di ogni tipo, e quasi sempre legate al carrozzone della sinistra ideologica, di raggranellare soldi pubblici: si tratta comunque di montagne di ore sottratte all'insegnamento delle discipline che stanno alla base della formazione culturale e civica delle generazioni future; e montagne di ore in meno da dedicare al proprio mestiere, per la gioia delle valanghe di insegnanti «progressisti» che preferiscono il ruolo di «pifferaio magico» a quello per cui sono pagati (poco e male, questo va detto, ma ciò non giustifica lo strame che spesso si è fatto di questa professione).

Le riforme sbandierate dal progressismo italico negli ultimi decenni hanno sfasciato la scuola e l'hanno ridicolizzata, esautorata, svuotata delle sue funzioni principali, sia quella educativa che quella formativa. E tutto questo in omaggio ad un principio ideologicamente funzionale alla realizzazione di un indottrinamento del popolo tramite un livello di programmatica ignoranza che permettesse il consenso politico delle masse utilizzando l'impianto di una cultura asservita. Questo principio rovescia il sacrosanto concetto di merito: per cui non vengono assicurati gli stessi mezzi alla partenza per poi lasciare che ognuno raggiunga i suoi traguardi, secondo i suoi meriti e le sue capacità; ma vengono assicurati gli stessi risultati all'arrivo, fregandosene delle qualità e della volontà messe in campo da ciascuno. Questo deresponsabilizza gli individui e causa lo sfacelo della credibilità e dell'efficacia di un'istituzione centrale come quella scolastica. Infatti, in specie alla scuola dell'obbligo, bocciare era quasi proibito, e grazie all'uso di quei giudizi che dicevano tutto e nulla era anche impossbile valutare seriamente gli alunni. Ma c'è finalmente da sperare che l'operazione coraggiosa iniziata dal ministro Gelmini porti a qualche risultato importante per poterci riappropiare di una scuola che svolga seriamente le sue funzioni. E il compito della scuola, non va dimenticato, viene svolto anche grazie ad una salutare e necessaria selezione. Il migliore, ci perdonino le anime belle della sinistra salottiera, ha i suoi diritti.

! Stefano Doroni
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