|
|||||||
|
|
Memorie etnichedi Alexandra Javarone - 2 settembre 2008 Si è conclusa con il rinvio al prossimo 17 settembre l'udienza internazionale che vede sul banco degli imputati l'ex leader serbo-bosniaco, Radovan Karadzic. Rimando opportuno od espediente che sovente riecheggia come un antico motivo fra lungaggini burocratiche, dotte dissertazioni e dichiarazioni d'intento internazionale. Durante la prossima «state conference» (così è stata definita) la Corte avrà l'occasione di «dare avvio ad una infinita serie di questioni procedurali e amministrative», fin ora pendenti, e dunque presagio di un ulteriore rinvio, lasciando, infine, spazio ai ricorsi che l'imputato vorrà presentare. Sarà lungo il tempo della giustizia, dilatato forse anche dall'esigenza estrema di mantenere uno status quo traballante, ma pur sempre adatto a non creare tensioni nell'immediato. La Bosnia si divide fra l'esasperante supplica di chi vorrebbe veder infine trionfare il diritto ed il disinteresse del più cauto istinto conservatore «di chi non vuol farsi troppe illusioni». Segnati dalla guerra e dalle infamie di un discutibile processo di ricostruzione, gli uomini di questa regione tripartita faticano a scovare il senso delle proprie sofferenze, certi che non sarà l'eventuale condanna della Corte Internazionale a rendere loro giustizia. Nel 1995 gli accordi di Dayton posero fine alla guerra, stretti dai «quattro dell'apocalisse», Milosevic, Tudjman, Izetbegovic assieme alla «fertile mediazione» della Comunità Internazionale, lasciarono il Paese in balia di un sistema di governo complesso e dis-equilibrante. Ne risultò un compromesso precario fra parti in lotta aperta che divise la Bosnia Erzegovina in due distinte entità e tre etnie (entità serba ed entità croato mussulmana) ponendo, nella sostanza, i basamenti di un nuovo conflitto interetnico. La lotta venne insomma sedata, seguendo il rigido schema della spartizione su base etnica, il losco principio che oggi agita questa regione, ricca di minoranze e distinte culture, ma altrettanto povera di tolleranza. La Carta Fondamentale, introdotta dagli accordi di pace del 1995, pose l'accento sulla distinzione di razza, rilanciando essa stessa l'attitudine agli estremismi nazionali: ogni riferimento all'individuo fu messo da parte per dar invece largo spazio al criterio selettivo-discriminante di marchio razziale. L'instabile processo di ricostruzione internazionale e la retorica nazionalista, cui la decisione della Corte potrebbe dare anche maggior vigore, tuttora muovono il risentimento interno alla Bosnia Erzegovina: ne sono un'evidente riprova le ultime elezioni dalla Repubblica Srpska, vinte dal partito che aveva fatto richiamo al referendum secessionista. La difesa del «comune idioma», cultura e criterio d'appartenenza etnica scalzano ogni slancio pragmatico, riducendo ricostruzione democratica, Stato sociale o sviluppo economico a valore marginale. Diviso e padrone di una regione sotto protettorato, il popolo bosniaco fonda la sua stessa esistenza sulle rivalità. Ed allora le tensioni che sedimentano, sepolte da un'economia fragile e da uno strato sociale liso dall'incuria reale, riemergono solo a tratti fra i confini di una memoria divisa al tavolo delle trattative, ove i criminali dell'uno, superato il confine, possono facilmente divenire gli eroi dell'altro popolo etnicamente non compatibile. Alexandra Javarone |
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.279 del 2/9/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||