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numero 280
6 marzo 2008
 
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Popolo della Libertà e «partiti-macchina»

di Salvatore Sechi - 2 settembre 2008

L'unificazione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale darà luogo ad una co-abitazione o ad un matrimonio, magari tra diversi? Sull'aspetto esterno un esempio può venire dalla vicenda del Partito Democratico. Qui ex-democristiani e comunisti hanno potuto contare sulle vecchie strutture organizzative dei loro rispettivi partiti-macchina. Pertanto non si sono fusi, ma si sono ritrovati nelle correnti. Dunque, ha vinto il principio della coabitazione. Durerà fin quando un congresso non chiederà conto a Veltroni delle ragioni delle continue sconfitte elettorali (politiche, regionali, amministrative) che da questa primavera ha inanellato. L'antiberlusconismo come unica risorsa politica non ha pagato per niente.

Per il momento, a rivoltare la melassa della pace interna al Pd è l'ex ministro delle Difesa Arturo Parisi. Che approfitta dell'apertura assicuratagli anche e sopratutto dal principale quotidiano nazionale, Il Corriere della Sera, per sfruculiare Veltroni, facendo delle prediche che assomigliano a delle punture di spillo. Dal punto di vista dei rapporti di forza Parisi non può fare altro, dal momento che non dispone di alcun seguito, salvo una rendita di posizione, cioè l'identificazione, da sempre, con Prodi. Ma ormai questa è una cedola che all'incasso vale come le antiche lire. La copertura data da Mieli a Parisi non vale molto di più. Il teatrino di Parisi può durare fin quando il segretario del Pd insisterà a non alzare il livello dello scontro. Ciò avverrebbe nel giorno in cui egli chiedesse al caucus originario dell'Ulivo un bilancio dei venti mesi di governo. In altre parole, una delle ragioni della débacle del Partito Democratico è la mediocre prova di governo di Prodi, di cui Parisi dimentica - grazie alla piaggeria del Corriere - di aver fatto parte. Addirittura andando d'amore e d'accordo con Bertinotti, Diliberto, Pecoraro Scanio, ecc... Sono le amnesie classiche della sinistra democristiana.

Dunque, quella tra democristiani e comunisti è una fusione a freddo e a rischio. Quella tra Berlusconi e Fini è una strada diversa. An è un vecchio partito-macchina che è impiantato nel territorio col tesseramento, con sezioni e federazioni. Dispone di organi di direzione centrale e di una segreteria che, come in tutti i partiti, ha poteri quasi assoluti. Deve anche rispettare regole e tradizioni interne molto nette in relazione alla società civile. Basta vedere quanti parlamentari di An siano diventati tali e abbiano avuto incarichi di partito e di governo senza essere stati iscritti. In Via della Scrofa, come in ogni partito-macchina, la politica è un cursus honorum, in cui conta moltissimo, molto più che essere un personaggio visibile o di rango, aver fatto la gavetta. Per un ex fascista in un paese colato negli stampi della partitocrazia postfascista e antifascista è stata per certo durissima. An ha raddoppiato i voti rispetto al Msi, ma ha una crescita lenta, volatile, e non mostra di avere una forza espansiva oltre il 10%.

Forza Italia, invece, è esattamente l'opposto. Come partito ha trasferito dalla società civile un imprenditore di successo che vive di competizione e per la competizione, facendo dell'arena politica un mercato, il mercato della democrazia. Dunque, non ci sono rendite assicurate per nessuno, ma conta la battaglia, il conflitto di idee e di interessi. La democrazia vive di entrambi perché non si identifica né con la società armonica (senza classi) sognata dal comunismo, né con la società apostolica dei cristiani. Un regime democratico combina, senza identificarli, profitto economico e profitto politico. Negli ultimi quindici anni questo tipo di movimento politico ha evitato agli elettori e al paese le rappresentazioni classiche (e inevitabili) del partito-macchina, cioè correnti, assalti alla diligenza, congressi più o meno truccati, crisi di legittimazione, ecc... In Forza Italia il leader, vinca o perda, si gioca tutto, potere e sconfitta. L'unica regola, col conseguente obbligo, è il programma (con cui si chiede il voto agli elettori) e la sua applicazione. La forza di Berlusconi deriva dal fatto che ogni volta, dal governo o dall'opposizione, si è sempre messo in discussione. Leadership e carisma sono stati messi a rischio ogni volta, anche grazie alla spietata battaglia personale scatenata contro il Cavaliere dalla sinistra. Forza Italia non contesta che la democrazia debba essere fatta dai partiti, secondo la Costituzione formale. Intende riservare a se stessa la possibilità che si possa vincere e fare gli interessi legittimi (dei cittadini e delle imprese) senza essere una macchina, cioè un partito. E' la sfida della Costuituzione materiale, bellezza!

La navigazione con gli iscritti di Alleanza Nazionale non sarà facile - è inutile farsi illusioni. Forza Italia vorrebbe puntare sulla creazione di una forza che dia una risposta alla domanda di liberalismo di massa che grazie a Berlusconi è cresciuta nel paese. Ma l'unificazione si farà, si dovrà fare su una base programmatica e su una organizzazione leggera. A imporre la via da seguire sarà la dura replica dei fatti. Nel nuovo partito Forza Italia e An dovranno schierare quanto di meglio offre la società civile e deprimere o sacrificare gli organigrammi, le liste di attesa, gli assalti alla diligenza, ecc... Erano le risorse risarcitorie delle vecchie strutture politiche. Anche l'Ulivo nacque così. Tutto si è consumato quando, al governo, è venuta meno l'autorevolezza del leader e ha prevalso la rissa interna. L'elettorato ha finito per giudicare i fatti e non la retorica. Perciò le riforme sono state percepite come micro-bonus salariali, che il costo dei servizi non bastava a compensare.

Berlusconi e Fini dovranno rendersi conto che nella storia del liberalismo italiano ha prevalso la variante rappresentata da Giolitti (assenza di un partito organizzato e massiccio uso dello Stato e dei suoi apparati, soprattutto quello del ministero dell'Interno per vincere le elezioni). Il fascismo lo travolgerà. Perciò il direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini, non esitò a combattere il liberalismo giolittiano. Chi oggi siede nella sua scrivania e ne è quindi l'erede (ma purtroppo non il continuatore), Paolo Mieli, si dedica a palleggiare il cerchiobottismo. Dovrebbe ricordare che l'alternativa a Giolitti fu rappresentata da Sonnino. Questo esponente della destra toscana fu un grande riformatore. Avrebbe voluto affidare la domanda di liberalismo di cui fu sempre un esponente ad un'organizzazione politica modellata su quella dei «rossi», come venivano chiamati i socialisti. Forse varrebbe la pena di esaminare le ragioni per cui Sonnino perse, e vinsero Giolitti e il giolittismo.

Salvatore Sechi

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