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La prova europeadi Alessandra Poggi - 4 settembre 2008 «L'epoca di Yalta è ormai terminata: sarebbe inaccettabile tornare alle sfere di influenza». Questo il categorico messaggio che il presidente francese Sarkozy ha lanciato al termine del vertice straordinario di Bruxelles del 1° settembre. Inammissibile una nuova cortina di ferro tra Danzica e Trieste, ma inevitabile che nelle Cancellerie europee, scosse bruscamente durante la canicola ferragostana, si sia ricominciato a pensare con timore ad un passato non poi tanto remoto. È stato scongiurato il pericolo che la Russia volga il suo sguardo verso Oriente e nessuna sanzione è stata comminata: il dialogo tra Unione Europea e Federazione Russa è salvo, ma si è dovuto impedire definitivamente che l'ombra del confronto bipolare si stendesse sul contesto geopolitico attuale. A ben guardare, quali altre strade avrebbero potuto imboccare i Ventisette, se non quella della mediazione? In questo particolare momento storico l'America - il grande paladino cui gli europei ricorrono solitamente quando si trovano nei pasticci - è attraversata da uragani climatici e politici. Impossibile aspettarsi ch'essa proietti la sua salvifica longa manus al di là dell'Atlantico. Lo stato di interdipendenza, soprattutto energetica, che lega le due sponde del Mar Nero ha convinto i leaders europei a scartare l'opzione «dura» fortemente caldeggiata dai paesi baltici e dalla Polonia, nonché sostenuta dalla Gran Bretagna. Il vertice di Bruxelles ha invece visto l'affermazione di coloro che si sono voluti mantenere sulla via mediana, per non inasprire nessuna posizione e cercare di accontentare tutte le parti. È stata dunque applicata una pratica negoziale che gli esperti di relazioni internazionali conoscono come win-win, cioè il conseguimento di risultati soddisfacenti da entrambi i lati del tavolo delle trattative. D'altronde la dura reazione russa contro la Georgia non aveva stupito più di tanto gli addetti ai lavori. A causa dell'entusiasmo scaturito alla fine della Guerra Fredda e per la lotta alle cosiddette «minacce asimmetriche» derivate dagli attentati dell'11 settembre 2001, l'Occidente si era probabilmente lasciato cullare dall'illusione che la storica rivalità tra Est e Ovest fosse terminata col dissolversi dell'URSS. Negli anni seguenti al 1989, la Russia è stata costretta ad accettare a malincuore fatti compiuti e decisioni già prese: l'allargamento della NATO a Est, lo sviluppo del progetto americano di difesa anti-missile e, da ultimo, l'indipendenza del Kosovo. Un atto eclatante era prevedibile. Questa volta all'Europa è toccato il compito di sbrogliare credibilmente il bandolo della matassa caucasica. In verità il piano europeo in 6 punti riconosce alla Russia delle prerogative discutibili come il diritto di salvaguardare le minoranze russofone al di là dei confini della Federazione. Ossezia e Abkhazia potrebbero divenire il detonatore per lo scoppio di altre micce indipendentiste, in Transdnistria per esempio. Tuttavia, queste concessioni si sono rivelate indispensabili per addolcire i toni e riprendere con serenità un dialogo ormai compromesso. Mentre Vladimir Putin vagava per la tundra siberiana sedando indomito una tigre troppo vivace, i Ventisette riuscivano a reprimere le proprie rivendicazioni personali e nazionali per superare il momento più critico: quello del confronto con loro stessi. E da questo dibattito, per la prima volta, è scaturita l'immagine di un'Unione Europea compatta e credibile, capace di affrontare da sola i trambusti che si verificano ai suoi confini. Si dice che l'unione faccia la forza. Mai come questa volta è senz'altro così. Alessandra Poggi |
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Ragionpolitica, periodico on line n.279 del 2/9/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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