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Alitalia e il mediatore con la pipa

di Francesco Natale - 4 settembre 2008

E' curioso, a volte, notare quanto Italia e Stati Uniti siano paesi profondamente diversi. Nell'ambito del contest elettorale, ad esempio, gli americani, pur essendo popolo solitamente discreto, non si fanno scrupolo alcuno nell'andare a scavare impietosamente nel passato di un candidato, soprattutto se quest'ultimo cela scheletri di notevole ossatura nell'armadio. L'«Italian Style» è, da questo punto di vista, piuttosto divergente, giacché gli scandali pre o post elettorali si contano sulla punta delle dita nel nostro paese, che pure presenta, a livello popolare, un'attitudine decisamente meno discreta e più curiosona. Siamo tutti un po' «impiccioni» - per così dire - eppure, al contrario del popolo statunitense, abbiamo ben radicata ormai la tendenza a dimenticare il nostro passato, soprattutto se recente.

La vicenda Alitalia, per come si è sviluppata negli ultimi 30 anni, è emblematica di quanto sopra enunciato. Dalla sua fondazione fino alla fine degli anni '70, Alitalia aveva alle sue dipendenze, in qualità di controllori di volo, solo ed esclusivamente militari. Ergo: niente scioperi, estrema disciplina, zero sindacalizzazione selvaggia. Fu grazie ad una componente minoritaria e, potremmo dire, sediziosa del corpus militare dei controllori di volo che l'allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, svolse nel 1978-79 la funzione, tutt'altro che obtorto collo, di moral suasor per demilitarizzare i controllori di volo, garantendo ai sindacati, che già affilavano gli artigli per colonizzare la ghiottissima compagnia di bandiera, un potere spaventoso e senza precedenti: quello di tenere per la collottola il paese con la minaccia di bloccarne i traffici aerei tramite scioperi selvaggi ai quali seguiva sempre l'appeasement della classe politica, che garantiva al personale, ormai civile, di Alitalia vantaggi, emolumenti e privilegi senza precedenti.

Per l'apparato sindacale Alitalia divenne una slot machine che faceva jackpot ad ogni giro: la compagnia di bandiera divenne una roccaforte sindacale così blindata e intoccabile da fare impallidire le RSU di Mirafiori, al confronto davvero misere e tapine. A questo ennesimo esempio di italico colonialismo sindacale seguì, come è ovvio e in re ipsa, il progressivo peggioramento dei servizi, l'aumento stratosferico dei costi di gestione, l'aumento ancor più stratosferico dei prezzi dei biglietti. Fino al collasso totale, avvenuto durante la non certo brillante amministrazione Cimoli.

L'obiettivo che perseguì il «presidente partigiano» decantato da Toto Cutugno con la demilitarizzazione dei controllori di volo e, non dimentichiamolo, con la demilitarizzazione e successiva (guarda caso!) sindacalizzazione selvaggia del corpo di Polizia dello Stato risulta oggi piuttosto evidente: costituire gruppi di pressione con forte radicamento sindacale (quindi parapolitico: organismi in grado di influenzare pesantemente la politica ma di fatto immuni da essa) in grado di svolgere la funzione di «cuscinetto» e, quindi, trattandosi di servizi pubblici che definire essenziali è poco, inficiare qualsivoglia azione politica realmente riformatrice nell'ambito del sistema-Italia.

Non possiamo fare a meno di ricordare che Ronald Reagan, da poco insediato alla Casa Bianca nei primi anni'80, alla prima avvisaglia di sciopero da parte dei controllori di volo statunitensi, ai tempi dipendenti federali, li licenziò tutti in tronco, sostituendoli con personale militare, evitando così una situazione di collasso progressivo quale quella che noi, fino ad oggi, abbiamo subito. Fino ad oggi perché, finalmente, il piano di ristrutturazione ritenuto giustamente prioritario e improrogabile dall'attuale esecutivo sembra muoversi nella direzione giusta. Forse, una volta di più, avremmo da imparare qualcosa da un mediocre ex attore, piuttosto che da un valente combattente per la libertà...

! Francesco Natale
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