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Accordo inevitabiledi Gianni Baget Bozzo - 4 settembre 2008 La politica estera italiana è stata largamente comune tra destra e sinistra, come fu convergente su molti aspetti anche ai tempi della guerra fredda. Certamente questo è il caso dei rapporti con il colonnello Gheddafi, che sono rimasti sempre moderatamente buoni, salvo che nei giorni della maglietta anti-islamica di Calderoli. Ed è Berlusconi che nel 2004 ha enunciato il principio che occorreva un accordo storico con la Libia che passasse per il riconoscimento dei torti fatti al popolo libico durante l'occupazione coloniale. Essi furono particolarmente gravi in Cirenaica, dove il governo italiano dovette fronteggiare una rivolta animata da una confraternita spirituale, quella legata ai Senussi, che diede alla resistenza contro gli italiani un significato religioso, applicando per la prima volta il principio della jihad, cioè della lotta contro l'invasore come principio di fedeltà all'Islam nell'impegno della vita personale. Per questo le reazioni italiane furono particolarmente dure e rivolte contro la popolazione in Cirenaica, sede della confraternita. Le scuse per il colonialismo sono ormai una pratica diffusa e il presidente del Consiglio ha interpretato i sentimenti del popolo italiano. Purtroppo sono dimenticati i risarcimenti dovuti agli italiani espulsi dalla Libia dal colonnello. Ma questo è un problema che riguarda l'Italia, non la Libia. Certamente non la Libia di Gheddafi, che dell'espulsione dei nostri cittadini ha fatto una festa nazionale mantenendo aperto il sentimento dell'offesa e della rivincita. D'altro lato creare memorie condivise dove è possibile con gli Stati del sud del Mediterraneo è oggi un compito politico ed un interesse dei popoli della riva nord, tanto più alla luce della collaborazione tra Europa e paesi mediterranei promossa dal presidente francese Sarkozy. Questo è molto facile con Gheddafi, perché egli ha creato un suo modello politico di tipo comunitario, la Jamahirya libica fondata sui costumi dei beduini e non legata né al tema arabo né al tema islamico. Dal punto di vista politico si tratta di un interlocutore ideale proprio di fronte ai problemi del fondamentalismo islamico ancora presente nel Maghreb, dove in Algeria Al Qaeda ha fatto recentemente una strage. E' interesse politico dell'Italia promuovere l'identità libica del governo di Gheddafi, perché esprime il vincolo ideale per l'intesa globale tra i due popoli e i due Stati. Berlusconi ha deciso l'investimento economico italiano per la costruzione della grande strada da frontiera a frontiera, da quella egiziana a quella tunisina, fatta da imprese italiane, e per l'impegno italiano nello sfruttamento del petrolio e del gas libico. L'immediato interesse è lo stabilimento di un monitoraggio satellitare in territorio libico per individuare i convogli che dal corno d'Africa e da altre parti raggiungono le coste libiche ottenendo l'impegno dell'autorità di Tripoli a impedire la partenza delle carrette del mare. L'Italia è il paese in cui si dirige questo traffico della disperazione e della speranza. Altri paesi mediterranei, a cominciare da Malta e dalla Grecia, sono meno sensibili degli italiani al dramma di questi sbarchi che non possono essere senza limite. Ma questo non è l'aspetto più importante dell'accordo con la Libia, anche se più di immediato interesse. E' importante l'aver stabilito un rapporto con un paese singolare come la Jamahirya creata dal colonnello Gheddafi. Ciò ha un valore permanente nella politica italiana.
Questo articolo è stato pubblicato su Il Secolo XIX del 2 settembre 2008 |
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