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6 marzo 2008
 
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La scommessa di McCain

di Cristiano Bosco - 9 settembre 2008

Archiviate le convention di Denver e Saint Paul, Barack Obama e John McCain si preparano allo sprint finale. Mancano circa due mesi al giorno in cui gli americani eleggeranno il loro prossimo presidente ed è iniziata quella che il New York Magazine ha già definito «la guerra dei sessanta giorni». Una battaglia che sarà combattuta a colpi di spot televisivi, dichiarazioni a effetto e, soprattutto, aggressiva campagna elettorale negli «swing state» (Stati in bilico quali Colorado, Virginia, Michigan, Ohio, dove ogni voto potrebbe essere decisivo per l'assegnazione della Casa Bianca) nei quali gli strateghi elettorali di entrambi gli schieramenti sono già al lavoro.

La convention repubblicana era iniziata in ritardo e in sordina a causa dell'imprevisto uragano Gustav in arrivo sulle coste americane. Per i Repubblicani l'impresa non era delle più facili: attirare l'attenzione sul proprio ticket, a pochi giorni di distanza dalla spettacolare convention democratica, conclusasi con l'incoronazione di Obama in uno stadio gremito. Obiettivi principali di John McCain erano, attraverso la tre giorni di Minneapolis e Saint Paul, allontanarsi quanto più possibile dall'attuale presidente, sottolineare ulteriormente la sua natura di «maverick», battitore libero che piace agli indipendenti e ignora gli schemi di partito ma, al tempo stesso, conquistare definitivamente la base dei Repubblicani. Il primo traguardo, ovvero distaccarsi da George W. Bush e dalla sua politica, in risposta a uno degli attacchi più utilizzati dai Democratici nella convention di Denver (ovvero che un'eventuale presidenza McCain non sarebbe altro che un terzo mandato di Bush), è stato facilmente raggiunto, lasciando al presidente solo otto minuti di discorso, nel quale egli ha specificato il carattere indipendente dell'attuale candidato. Questo, assieme ai discorsi dell'ex senatore e attore Fred Thompson, a quello del democratico Joe Lieberman, ha contribuito a fortificare ulteriormente il suo status di repubblicano riformatore, di politico che sfugge alla descrizione superficiale (e spesso strumentale) del «candidato repubblicano standard» e che, come dimostrato dalla sua lunga carriera al Congresso, su numerose questioni, dall'immigrazione al trattamento dei prigionieri di guerra, è pronto a dialogare con chi è dell'opposto schieramento.

A raggiungere il terzo obiettivo, forse il più arduo, di unificare e convincere la base del Grand Old Party a votare per McCain, ha pensato Sarah Palin. Nei giorni successivi all'annuncio della scelta della governatrice dell'Alaska quale vice nel ticket repubblicano, le parole più utilizzate dai media americani sono state «gamble» («scommessa»), «risk» («rischio») e «Dan Quayle», semisconosciuto senatore dell'Indiana che, nel 1988, fu scelto a sorpresa da George Bush senior quale vice, diventando in breve tempo oggetto di infiniti attacchi da parte di stampa, programmi satirici e, ovviamente, avversari politici. L'establishment dei media a stelle strisce, nei giorni che hanno separato la nomina della Palin dalla convention, si è scatenato in quella che è stata una sorta di (tentata) «character assassination» ai danni della giovane governatrice, con tanto di maniacale investigazione nella sua vita privata e nel suo passato alla ricerca di eventuali scheletri negli armadi, e sollevando ripetutamente dubbi sulla sua esperienza, sulle sue opinioni politiche e sulla sua preparazione a rivestire un ruolo così importante. Così facendo, forse involontariamente, i media hanno provocato grande interesse negli elettori per il discorso della Palin durante la convention.

Nonostante la pressione, di fronte a un pubblico di 37 milioni di telespettatori (solo qualche milione in meno rispetto al discorso di accettazione di Obama), Sarah Palin non ha deluso le aspettative, con uno splendido discorso che, oltre a non risparmiare attacchi nei confronti di Obama, è riuscito non solo a unire e convincere la base repubblicana, ma a galvanizzarla. Palin si è presentata agli elettori come un leader politico, ma anche - e soprattutto - come una persona genuina, autentica. Una governatrice e, allo stesso tempo, una madre. Così facendo, ha guadagnato i consensi di chi era ancora scettico riguardo a McCain. «Lei è una di noi. La storia della Palin è la nostra storia, la sua vita è la nostra vita», scriveva un entusiasta editoriale dell'Atlanta Journal-Constitution dopo il discorso tenuto alla convention, sintetizzando il sentimento comune di buona parte dell'America rurale verso la governatrice dell'Alaska.

Sarah Palin, ricoprendo il ruolo di protagonista assoluta della convention repubblicana, ha dimostrato che la scelta di McCain di puntare su di lei - non a caso, ennesima azione da «maverick» - è stata sì una scommessa, ma una scommessa vincente. Grazie al suo innesto, con la sua biografia e le sue idee politiche conservatrici, «Sarah Barracuda» ha elettrizzato un partito demoralizzato che già si stava preparando per una onorevole sconfitta nel mese di novembre. Gli ultimi sondaggi, che danno McCain in vantaggio su Obama di qualche punto percentuale, confermano che la sfida, a sessanta giorni dall'election day, è tutto fuorché decisa.

Cristiano Bosco

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