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Numero 418
del 23/04/2011
L’Africa e la crisi finanziaria internazionale PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
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venerdì 10 ottobre 2008

Anche in Africa le borse risentono della crisi in atto, da un capo all'altro del continente si sono registrati ribassi in chiusura addirittura del 16%. Tuttavia la marginalità dei paesi africani rispetto ai mercati finanziari contiene l'impatto diretto della crisi. Ad allarmare seriamente - lo ha affermato all'inizio della settimana il Fondo monetario internazionale - sono piuttosto le conseguenze di una eventuale grave recessione dei paesi industrializzati..

Dello stesso avviso si sono detti nei giorni successivi il responsabile per il Gabon della Borsa dell'Africa centrale, Willy Ontsia, il governatore della Banca centrale degli stati dell'Africa occidentale, Philippe-Henri Dacoury-Tabley, e il presidente della Banca africana per lo sviluppo, Donald Kaberuka. Innanzi tutto «è verosimile che nei prossimi anni gli aiuti allo sviluppo non siano considerati una priorità» - ha spiegato quest'ultimo durante un vertice del proprio istituto di credito svoltosi a Tunisi - il che ridurrà l'ammontare dei finanziamenti messi a disposizione dei governi africani dalla cooperazione internazionale bilaterale e multilaterale, soprattutto se nel frattempo, come tutto lascia prevedere, si renderà necessario aumentare quelli destinati a interventi umanitari.

In secondo luogo le economie africane potrebbero essere danneggiate da una consistente riduzione della domanda di materie prime. Questo fatto è estremamente preoccupante in quanto i buoni risultati economici degli ultimi anni - aumenti del Pil di oltre il 5% in 15 stati, con punte massime persino del 20%, ad esempio in Angola - dipendono appunto in gran parte, e in certi casi quasi del tutto, da un incremento delle esportazioni di materie prime, specialmente di petrolio. Il moltiplicarsi delle attività estrattive in diversi stati e l'aumento del prezzo del greggio hanno fatto sì che circa metà dei proventi ricavati dalle esportazioni sia dato dal petrolio.

Uno sguardo al continente non fa che confermare le analisi degli esperti. A quanto detto c'è da aggiungere che molti dei paesi africani produttori di petrolio e di altre materie prime preziose sono in difficoltà a causa di conflitti interni che si trascinano da anni e in certi casi si sono aggravati proprio negli ultimi mesi. In Nigeria, ad esempio, gli atti di sabotaggio e i sequestri di personale ai danni delle compagnie petrolifere compiuti dal Movimento per l'emancipazione del Delta del Niger e da altri movimenti antigovernativi hanno provocato una riduzione delle attività estrattive da 2,5 a 1,5 milioni di barili al giorno. Lo stesso potrebbe succedere da un momento all'altro in Sudan e in Ciad.

Peraltro proprio questi tre stati sono casi esemplari di crescita del Pil che, per incuria, per incapacità e per deliberata scelta politica dei leader al potere, non si traduce in sviluppo economico e sociale: produzione e mercati interni non crescono o non abbastanza rispetto all'incremento demografico. Quindi le loro economie continuano a dipendere dalle esportazioni e dagli aiuti internazionali e il tasso di povertà resta quasi invariato se addirittura non peggiora.

Dove la guerra rende impossibile ogni attività economica, persino quelle agricole di sussistenza, la povertà diventa emergenza umanitaria. Le notizie più drammatiche giungono in questi giorni dalla Repubblica Democratica del Congo e dalla Somalia. In Congo, nelle regioni orientali dell'Ituri e del Nord e Sud Kivu, i continui scontri tra esercito e movimenti antigovernativi costringono ogni giorno migliaia di persone alla fuga nonostante la presenza di una missione di peacekeeping dell'Onu, la Monuc. Il governo di Kinshasa ha appena chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sostenendo che responsabile della situazione sarebbe il Rwanda che si accingerebbe ad attaccare la capitale del Nord Kivu, Goma.

In Somalia, falliti i colloqui di Gibuti tra governo e Alleanza per la ri-liberazione della Somalia, si sono intensificati i combattimenti e gli attentati: colpite Mogadiscio, Baidoa, sede del parlamento, Merca, Beledweyne, Afgoye. Gli sfollati sono almeno un milione. Molti di più, e il loro numero aumenta di giorno in giorno, sono i somali che non possono guadagnarsi da vivere a causa della situazione generale e che, come gli sfollati, necessitano di assistenza proprio mentre l'insicurezza crescente costringe le organizzazioni internazionali a ritirarsi da vaste zone del paese divenute troppo pericolose.




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