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Numero 418
del 20/04/2011
Africa. Capire la corruzione PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
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mercoledì 15 ottobre 2008

Dal riscaldamento globale alla crisi finanziaria, dalla corruzione all'Aids: per gli africani e per i no global di casa nostra è sempre colpa dell'Occidente. Pazienza se poi risulta che certi problemi neanche esistono: quasi nessuno ci ha fatto caso, ad esempio, ma la Nasa all'inizio di ottobre ha pubblicato la notizia che le macchie solari si sono molto ridotte e occorre quindi prepararsi a una piccola glaciazione, eventualità già avanzata nei mesi precedenti dalla rivista Nature secondo cui dal 2010 al 2020 si verificherà una netta diminuzione della temperatura terrestre.

Succede così che un'indagine svolta dall'Università del Massachusetts sui fondi pubblici sottratti alle casse degli stati africani diventi un documento di accusa all'Occidente. I ricercatori dell'ateneo americano hanno calcolato che dal 1970 al 2004 le leadership africane hanno esportato 607 miliardi di dollari. Siccome nello stesso periodo il debito estero complessivo del continente ammonta a 227 miliardi di dollari, ne deriva che in realtà l'Africa dà all'Occidente molto più di quanto non riceva. A questa conclusione sono giunti i giornalisti del settimanale kenyano The East Africa, senza tuttavia tener conto del fatto che gran parte del debito estero africano riguarda denaro pubblico prestato dai governi nell'ambito della cooperazione bilaterale e multilaterale, mentre nei conti correnti aperti da africani nelle banche di Europa e Nord America si accumulano capitali privati che non compensano i contribuenti dei paesi industrializzati del denaro prestato ai paesi in via di sviluppo. A ciò si deve aggiungere che quando uno o più governi occidentali decidono di cancellare il debito estero contratto da uno stato africano, ad esempio con la Banca Mondiale, con il Fondo monetario internazionale o con la Banca africana per lo sviluppo come successe al G8 del 2005 che dispose la remissione del debito estero di 27 nazioni povere altamente indebitate, è sempre attingendo a denaro pubblico che si rendono garanti.

Sempre la stessa rivista ospita inoltre lo studio di tre ricercatori americani, Raymond Baker, John Christensen e Nicholas Shaxson, che, trattando di corruzione, pone l'accento sulle responsabilità dei governi e degli istituti di credito occidentali ai quali gli amministratori e i governanti africani affidano il denaro pubblico sottratto illegalmente. Lo studio si intitola «Capire la corruzione» e se la prende tra l'altro con l'organizzazione non governativa tedesca Transparency International, che pubblica ogni anno un rapporto sulla corruzione nel mondo comprendente una graduatoria dei paesi più corrotti. «Transparency - reclamano gli autori del saggio - indica l'Africa come il continente in cui la corruzione è più diffusa, ma ignora l'infrastruttura globale della segretezza finanziaria internazionale che ha consentito di portar via migliaia di miliardi di dollari di origine illegale non solo dall'Africa, ma anche dal Medio Oriente, dall'America Latina e dalla Russia». (Misna, 14/10/2008). È in sostanza la stessa logica in base alla quale c'è chi ritiene che non ci sarebbero più guerre se non si fabbricassero più le armi e quindi che i veri colpevoli sono i produttori di armi e i governi che gliele lasciano fabbricare.

Studi come quelli citati non spiegano peraltro che cosa invece impedisce ad altre leadership di fare altrettanto: come mai, ad esempio, i primi ministri norvegesi non diventino anche loro tutti miliardari, pur potendo attingere alle casse di uno stato produttore di petrolio, esattamente come i presidenti di Angola, Nigeria, Gabon o Repubblica del Congo, e potendo presumibilmente contare sulla stessa, colpevole complicità da parte degli istituti di credito e sulla medesima, altrettanto colpevole, infrastruttura globale della segretezza finanziaria internazionale.




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