In questa fase storica che definisce ed attraversa l'Italia, sta accadendo sotto i nostri occhi un fenomeno del tutto inedito: Berlusconi non è oggi soltanto il leader della destra ma, ipso facto, anche della sinistra. Infatti, a ridosso del 25 aprile, tutti sono all'erta per la decisione di partecipare alle manifestazioni di commemorazione della liberazione, e il premier sta giustamente nicchiando, anche se, alla fine, parteciperà. Eccome, se parteciperà. Ma questo gesto pubblico rispecchia il mutamento storico e antropologico di questo paese; non è meramente un atto politico, un segnale, come si direbbe nel politichese spinto. Si tratta della diversa percezione di sé che «citizen Berlusconi» (il personaggio con tanto ego e altrettanto appeal-calamita disegnato da Alexander Stille alcuni anni fa in un memorabile saggio di costume) vanta, oggi, come risorsa ulteriore buona per la politica. I «puristi» e le «anime belle» saranno scettici, come lo sono sempre stati, perfino pruriginosi rispetto all'essenza della persona-personaggio Berlusconi di fronte alla nuova piazza colonizzata dalla sinistra decadente, ma rimane il fatto che la leadership berlusconiana riguarda, di questi tempi, perfino chi non vorrebbe neppure sentir nominare il presidente del Consiglio.
Il film Shooting Silvio, di quel tal regista, Berardo Carboni, abruzzese (!?), che oggi - così ha dichiarato - non rifarebbe più una pellicola nichilista e grigiastra del genere, è in realtà il megaspot della comune grandezza berlusconiana, eroe di tutti i giorni e personalità minimamente comune, quindi sparigliante. L'Abruzzo sta diventando la sua prova generale di padre della patria e, anche da quelle sfortunate parti, la storia sta recuperando un'altra narrazione del nostro mondo vitale, della nostra nazione. Una storia nazionale. Come le pagine consegnate ai primi fans - non militanti - del Berlusconi, allora «Berluskaiser» per alcuni, oggi più leali di altri: Una storia italiana. E' la narrazione del nostro sentire comune, del cum-sentire collettivo, del puer eternus di Hillman. Su La7, a Omnibus, il solito brillante Antonello Piroso, di fronte alle ganasce radical-chic di Giovanni Sartori, riafferma questa centralità, dice a Marc Lazar di voler sentire altre parole su Berlusconi, ma perfino il politologo più anti-berlusconiano d'Europa, e non a caso francese, si schermisce, si ritrae, non ha più parole da spendere. La Francia sta aspettando i socialisti al governo, ma non ha più neanche il PSF: una tragedia storica. L'Europa vuole dinamismi nuovi, mentre ciancia di ideologie e culture politiche, questa è la verità, e Berlusconi si fa interprete dei meriti a destra e dei bisogni a sinistra: iper-craxismo declinato con il linguaggio del corpo. Il body-language, che fa tanto post-moderno e tanto di quel «senno del post» invera, da quindici anni a questa parte.
Ieri era oggetto di odio, oggi di invidia, dunque di cecità, perché in-vidia richiama il non-vedere l'oggetto e il soggetto che abbiamo di fronte: Berlusconi. Troppa luce acceca. Intanto, il Cav., per dirla con la mimesi «fogliante», sfoggia popolarismo democratico e populismo liberal-libertario, sintetizza meglio di De Gasperi quello che, all'apparenza, non può avere tratto comune, e piange di fronte al dramma delle morti in Abruzzo. Tutti stanno dietro questo passo, mangiando polvere. Tutti. Nuova è la narrazione, e leader è colui che racconta storie vere e si racconta, mostrandosi, fisiologicamente, al popolo. Non è già più Max Weber, tutto questo, è l'analisi medievale sul corpo del Re, è Marc Bloch e i Re taumaturghi. Insomma, è tutt'altro. Quel «tutt'altro» che, per noi, ha già un nome e una nazione a sigillare il codice storico in corso: Pdl. Tutto il resto - che segue il Cav. - è noia. Soltanto noia.
|