Dario Franceschini ha avuto successo, un successo inatteso. Ha convinto Silvio Berlusconi a commemorare il 25 aprile. Quell'invito era un atto politico e mostrava che anche nel Pd qualcosa stava maturando. Infatti anche la componente moderata, quella di Francesco Rutelli e Franco Marini, aveva partecipato alla campagna di delegittimazione del leader di Forza Italia come un pericolo per la democrazia, mettendolo quindi a fianco del fascismo. Anche i «moderati» del centrosinistra avevano goduto della definizione di Berlusconi come «Caimano». Invitarlo a commemorare il 25 aprile è quindi una velata autocritica all'assimilazione nera cui si erano associati in prima linea: come dimenticare Rosy Bindi e il suo antiberlusconismo militante? A professarlo a sinistra sono rimasti in pochi. Se di sinistra possiamo considerare Eugenio Scalfari e Barbara Spinelli, che hanno costruito sulla delegittimazione di Berlusconi il loro status di guide dottrinali della sinistra. Ciò che dice la Spinelli, che vede nella presenza di Berlusconi tra i terremotati di Abruzzo l'esibizione del potere «nudo» sul corpo «nudo» di chi ha perso tutto, fa parte del mito, non della realtà. L'odio puro verso Berlusconi è una passione intellettuale, non un sentimento popolare.
Ma credo che Franceschini si sia tranquillizzato quando Berlusconi ha detto che non commemorerà il 25 aprile con lui sulla piazza di Milano: il Pd avrebbe dovuto fare scudo col suo corpo e con la scorta della Cgil per difendere il presidente del Consiglio dai fischi dei centri sociali, dei dipietristi e degli antagonisti. Il premier ha accettato la richiesta del segretario del Pd e ha scelto di farlo in forma propria. Ha percepito che la categoria antifascista come categoria politica permanente non ha più corso in Italia e che lui è stato l'autore della sua liquidazione accertando di esserne la vittima per quindici anni. Ora le cose sono cambiate. E il fatto che Berlusconi commemori il 25 aprile diventa la legittimazione del 25 aprile di fronte all'Italia degli anni Duemila. La storia è tanto cambiata che il delegittimato è diventato legittimante e può tentare una lettura liberale e democratica della festa della liberazione. E tenere conto della resistenza al fascismo non solo dei partigiani comunisti, ma della maggioranza dei partigiani, che furono cattolici, socialisti, liberali e monarchici. Può tenere conto della resistenza al nazismo dei militari prigionieri nei campi tedeschi, del consenso popolare, specie nel nord, alla lotta contro il nazismo. Furono le campagne a rendere possibile la stessa resistenza partigiana e a sostenere il peso delle rappresaglie tedesche. Berlusconi può esprimere il 25 aprile come veramente fu, una festa del popolo liberato dalla guerra e dal regime totalitario e ricondotto alla democrazia e alla libertà da cui non si era mai distaccato con il suo voto. La marcia su Roma di Mussolini fu un colpo di Stato della monarchia, non un frutto della democrazia come fu invece il nazismo tedesco.
L'alleanza berlusconiana non è più solo una maggioranza politica, è una maggioranza costituzionale che comporta la fedeltà alla Costituzione del '47. Una fedeltà che chiede però il riconoscimento della richiesta del popolo italiano di creare un rapporto diretto tra il corpo elettorale e il governo. Il 25 aprile ha titolo per rimanere una festa delle istituzioni e perciò cessare di essere una festa della sinistra. La maggioranza berlusconiana è fatta per restare come forza legittimante e non può farlo senza legittimare una festa che ha titolo per essere riconosciuta nel ricordo e nella memoria di tutta la nazione. Questo mostra l'autorità che possiede il presidente del Consiglio e di cui anche l'opposizione ora tiene conto. La sinistra non potrà fondarsi più sulla delegittimazione di Berlusconi in chiave antifascista. Franceschini ha iniziato il cambiamento di linguaggio, Berlusconi lo continuerà. E vedremo come la sinistra risponderà.
(da Il Secolo XIX del 23 aprile 2009)
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