Adesso è ufficiale: l'edizione 2009 della Scuola di formazione del Popolo della Libertà, che si svolgerà a Gubbio dal 10 al 12 settembre, sarà dedicata a don Gianni Baget Bozzo. Lo aveva già preannunciato, nel giorno stesso della morte di don Gianni, avvenuta l'8 maggio scorso, il coordinatore del Pdl e ministro per i Beni Culturali, Sandro Bondi. Il titolo del corso, ispirato ad un'espressione molto cara a Baget, sarà: «Il Novecento è terminato con la vittoria della libertà». Un concetto, questo, che egli aveva ripreso, da ultimo, nella lettera di saluto al primo Congresso nazionale del nuovo partito, tenutosi a Roma dal 27 al 29 marzo scorso. Una lettera che don Gianni, dopo aver preso la decisione di seguire le assise congressuali via internet dalla sua casa genovese, aveva inviato proprio a Sandro Bondi affinché fosse lui a darne lettura di fronte alle migliaia di delegati riuniti presso la Fiera di Roma.
Nel suo breve ma intenso scritto, Baget rileggeva la storia mondiale e italiana dalla fine degli anni '80 in poi proprio alla luce del concetto di libertà, individuando così un filo rosso capace di collegare le grandi vicende internazionali, come la caduta del Muro di Berlino, con quelle nazionali, tra cui l'ingresso sulla scena politica di Silvio Berlusconi dopo la fine della prima Repubblica. Eventi accomunati - scriveva - da una «radicale improbabilità», ma resi possibili dalla «fede nella libertà». Così, se il Novecento era finito in Europa con l'implosione dei regimi comunisti all'alba degli anni '90, l'Italia avrebbe dovuto attendere ancora quasi un lustro per vedere realizzata la «vittoria della libertà». Questo perché il nostro paese rappresentava un caso unico nel panorama internazionale: infatti, pur essendo stato assegnato da Yalta alla sfera d'influenza atlantica e occidentale, aveva conosciuto la presenza di un forte e radicato Partito Comunista ed aveva assistito al singolare «intreccio» culturale - e non solo - tra cattolici e comunisti sin dagli anni Sessanta. Tutto ciò rischiò di produrre, nel momento in cui avvenne la trasformazione del Pci in Pds e le inchieste di Mani Pulite spazzarono via i partiti democratici che avevano governato lo Stato dal 1948 in poi, l'ascesa al potere degli eredi di Togliatti proprio mentre nel resto d'Europa, nei paesi dell'Est, avveniva il processo contrario.
Tale rischio - come detto - fu scongiurato dalla decisione di Silvio Berlusconi di «scendere in campo» e di fondare un partito per opporsi alla «gioiosa macchina da guerra» capitanata da Achille Occhetto. Ma quando ad Arcore si svolgevano i primi incontri ristretti per valutare la possibilità di dare vita a Forza Italia - raccontò don Gianni in occasione del decennale del partito, nel gennaio del 2004 - non si trattava di «riunioni di fondazione, ma di esami di fattibilità. Sembrava soltanto che dovessimo tentare qualcosa soltanto perché la coscienza lo chiedeva». Per questo Baget ha scritto, nella lettera di saluto al Congresso del Pdl, che «il movimento creato da Berlusconi è sempre stato segnato da una radicale improbabilità secondo le ragioni della politica. Era come il calabrone che, secondo le leggi della statica, non dovrebbe volare. Eppure vola». E ha volato proprio perché alla sua base non stava una qualche strategia decisa a tavolino, e neppure un'ideologia preconfezionata, ma innanzitutto quella «fede nella libertà» che, sola, ha potuto creare una possibilità nuova laddove tutto sembrava invece destinato a incanalarsi nei sentieri precostituiti dalla cultura politica dominante. Fu, insomma, una «visionaria follia» (secondo l'espressione di Erasmo da Rotterdam tanto cara a Silvio Berlusconi) mossa dall'amore per la libertà e non il freddo calcolo razionale a sostenere la grande impresa politica che prese avvio nei primi mesi del 1994.
L'intuizione di allora ha trovato maturazione e compimento definitivo, oggi, nel Popolo della Libertà. Scriveva, ancora, don Gianni nella lettera inviata al Congresso dello scorso marzo: «Abbiamo creato una realtà che prima di noi non era possibile, abbiamo creato una possibilità. Ed ora, con questo Congresso, questa possibilità entra nel reale. Il brutto anatroccolo è diventato un'aquila reale. Non è un caso - credo - che chi come noi ha sfidato l'impossibile sia chiamato oggi a governare una società che non ha tabelle di marcia». La scelta di Sandro Bondi di mettere al centro della prossima edizione della scuola di Gubbio il tema della «vittoria della libertà» è dunque, a un tempo, il modo migliore per ricordare la figura e l'opera di don Gianni e per affondare lo sguardo nelle radici storiche e spirituali del movimento politico berlusconiano, traendo da tali radici la linfa vitale per proseguire nel cammino che attende il Pdl in questo tempo difficile e negli anni a venire.
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