Come prima di una battaglia, i generali schiarano i loro eserciti, lanciano bandi di arruolamento, suonano le trombe di guerra. Il Pd si prepara al suo congresso autunnale con una rovente estate di conflitti, confronti e scontri tutti imperniati sulle due grandi candidature finora dichiarate: Franceschini contro Bersani. Ma prima di suonare la carica, qualche cosa s'è già inceppato. Non è il classico incidente imprevedibile che ha stravolto la battaglia di Waterloo. E' qualcosa di strutturale, conficcato nell'identità storica della sinistra.
Oggi il Pd è contraddistinto da un inedito bipolarismo precongressuale che oppone Dario e Pierluigi, ex fratelli che ora hanno estratto i coltelli per scatenare un duello frontale dove ci sarà un vincitore soltanto. E' uno strappo profondo rispetto alla tradizione della sinistra, più abituata ad accomodamenti dell'ultim'ora, a compromessi più o meno storici, per restare insieme anziché dividersi. Adesso questo retaggio così resistente sembra rarefarsi di fronte alla volontà ferrea di Pierluigi e Dario di contarsi e poi incoronarsi leader. Questa torsione personalistica è il frutto avariato della perdurante crisi elettorale del Pd, prodotta dalla grave crisi di identità che poi si sfoga sul consenso elettorale. Se il Pd resta un oggetto sconosciuto, difficilmente catalogabile secondo gli schemi più diffusi nell'elettorato, se non dà certezze per rafforzare il suo elettorato d'appertenenza e non dà proposte per raccogliere il voto d'opinione, allora è inevitabile la disfatta elettorale - che infatti si esprime in una fuga di voti verso altri partiti dal profilo molto più definito. Il dissenso verso il Pd è stato tale da aver indotto gli elettori a preferire il voto di protesta, cioè l'astensione, o il voto verso partiti minori rispetto al voto razionale per l'unico partito di sinistra con chances di governo.
Finora i rimedi sono due, anzi uno e mezzo. Uno è quello della coppia Dario-Pierluigi che, per quanto distanti, non sono così distinti se entrambi basano la loro candidatura sull'ennesima, radicale trasformazione del Pd. Dario non lo dice ma pensa ad un Pd quasi-centrista, fortemente cattolico-democratico. Pierluigi è il messia che vorrebbe far risorgere il lazzaro della socialdemocrazia d'antan. La mezza soluzione, che non ha ancora completato la sua maturazione politica, è offerta dagli insoddisfatti di questi due fronti. Giovani, ex di prestigio, figure trasversali. Sono i «back-benchers» del Pd, che adesso si ritrovano un inaspettato potere di interdizione sia contro Pierluigi che contro Dario. Potrebbe nascere una terza candidatura, per spezzare il bipolarismo precongressuale. Ma non è detto che questo terzo uomo sia anche in grado di raggiungere una vittoria. Molto più logico attendersi una coalizione basata su un compromesso di potere - solo ipotesi.
L'effetto collaterale del duello Dario-Pierluigi è che punta tutto, come fece Veltroni, sul leader, solo su un uomo, che poi finisce per essere realmente un uomo solo. Per quanto popolare e battezzata dal successo elettorale la leadership di un partito non può prescindere da una adeguata classe dirigente, per giunta con una precisa caratteristica: evitare la frattura tra ruoli interni e incarichi amministrativi. Finora i dirigenti Pd sono stati grandi organizzatori che non sapevano nulla di come si amministra un Comune, o viceversa grandi sindaci all'oscuro di come si governa la macchina organizzativa di un partito. Altrimenti si crea una frattura tra partito e politica, così che non esiste una linea politica comune tra il partito al governo e il partito al suo interno. Quando Franceschini si scagliava contro le oligarchie, vuol dire che aveva un concetto alquanto nebuloso della leadership. Non è pensabile per un partito di massa concentrare tutte le sue energie sul segretario. Lo stesso vale per Bersani, ma dalla prospettiva inversa. Pier è l'uomo delle oligarchie che lottano contro ogni leadership personale. Infatti Pierluigi è anche il teorico che intende riportare in vita il centrosinistra allargato di stampo prodiano, che è il completo annientamento di qualunque leadership personalizzata. Ritornare alle guide collegiali dei comitati centrali di comunista memoria non sembra un buon viatico per guardare al futuro col sorriso. Pierluigi e Dario, due modi opposti di sbagliare lo stesso problema.
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