La Relazione della Corte dei Conti sul rendiconto generale dello Stato descrive un'Italia corrotta, fin dal suo nerbo amministrativo. Un giro di affari sotto traccia - si fa per dire - di 50-60 miliardi di euro all'anno. Roba da Pil nazionale. Un'economia sommersa, interna ai gangli della redistribuzione ed alla costruzione del potere pubblico-sociale, dunque qualcosa di assai diverso dall'altro grande moloch economico che molto regge delle sorti familiari di questo paese, il lavoro nero. Due bubboni, di diversa origine e natura, entrambi figli di un sistema socio-economico malato. Un welfare senza più State. Lo Stato assistenzial-corporativo, che per due decenni e mezzo ha ingrassato l'Italia delle Pmi rampanti e delle famiglie in vacanza a Riccione, era oro colato rispetto allo scempio postmoderno di una burocrazia malata e obesa, che vuole solo arraffare, con una cupidigia senza pari. Solo in un regime culturale nichilistico il puro soldo diventa l'unico orizzonte del sistema e dell'esistenza di chi si trova intruppato in questo gorgo demonico.
La cittadinanza come ultimo frutto della democrazia matura è, così, minato. Ci sono figli e figliastri nella Pubblica Amministrazione e nella società, la stessa economia è minata alla radice. Il professor Stefano Fassina, economista, sceglie la via della menzogna e lo fa sulle solite colonne de L'Unità. Psicopatologia politica travestita da scienza esatta. Siamo alle solite. L'argomento è quello di sempre, infatti: c'è questo giro di corruzione in Italia, sembra che tutto sia avvenuto sotto il governo Berlusconi, come se la Pubblica Amministrazione non avesse radici e centri funzionali nelle Regioni, nelle Province e nei Comuni anche rossi; come se il Pd non fosse invischiato fino al collo nello scandalo della sanità in Puglia e come se molte Regioni rosse non avessero grane di questo genere. Fino a ieri, il loro vanto era appunto avere casematte sui territori. Ora, invece, la sinistra è - come ha ben scritto Ilvo Diamanti - «atopica» (dopo aver perso presto, a dire il vero, la patina «utopica»), quindi anche i territori sono variabili aleatorie. Ma quando si parla di corruzione, chissà perché, il sorcio sta sempre a destra. E loro, invece, fanno la fine del topo nel secchio: dove si girano, sbattono la testa. Dio acceca chi vuole perdere. Ma vi è di più.
A questa sinistra banale e moralista non poteva mancare una sorta di berlinguerismo di ritorno. Il vuoto politico-culturale deve, infatti, essere riempito. In qualche modo. Allora va bene anche la narrazione berlingueriana dell'Italia corrotta, la «questione morale», che ha partorito il «diciannovismo» violento e moralistico di Antonio Di Pietro, il reclutatore della vecchia casta Dc di terza e quarta fila. Berlinguer sembra il ghost writer redivivo di questa pagina dell'economista Fassina: «Purtroppo, le notizie di ieri e dei giorni scorsi sono poco "notizie". Sono, invece, indicatori ricorrenti di mali storici dell'Italia. Ovviamente, tali notizie le troviamo ovunque, anche nei paesi a democrazia matura. Tuttavia, noi siamo peculiari: per diffusione, incrostazione, accettazione sociale delle patologie». Le ragioni dell'arretratezza italiana - tesi veterogramsciana condita con qualche schizzo di marxismo recuperato da manuali sociologici di quart'ordine - «sono molteplici», incalza Fassina. Le solite: scarso senso civico, concezione proprietaria della res publica, divenire incerto del nostro Stato nazionale, ritardi dello sviluppo socioeconomico. Qui c'è l'alleato del moralismo berlingueriano, il Partito d'Azione, minoranza assai poco creativa e, di contro, molto nichilista. Salvemini, uno della cordata in questione, conosceva bene i limiti di lorsignori: «Comunisti malriusciti». Tutto si tiene.
Ma il cuore della reprimenda, con toni banalotti e accesi da gran borghese berlingueriano, si chiude con Lui, il vero Colpevole: «La destra al governo dell'Italia va in direzione opposta: cavalca i vizi antichi. Approfitta della crisi (ndr: in che senso, prego?). Così, invece di modificare i comportamenti patologici, piega le regole»: esempi - secondo l'illustre economista - sono l'evasione fiscale, la sicurezza sul lavoro, gli interventi legislativi di Brunetta, il «piano casa», ci manca soltanto la peste bubbonica e poi c'è davvero tutto. Ma, dicevamo, manca un protagonista, il vero protagonista: Lui... «Lo fa in queste settimane con le "storie" del presidente del Consiglio. Nonostante il consenso elettorale di breve periodo (?!), un punto è chiaro: l'Italietta della destra non ha futuro». E l'Italia-che-non-c'è della sinistra-che-non-c'è?. Attendiamo lumi, ma non da Fassina. Né da Fassino, francamente.
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