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Numero 345
del 05/12/2009
Il Pd e il «No B-day». Vengo anch'io? No, tu no PDF Stampa E-mail
! di Gabriele Cazzulini
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giovedì 03 dicembre 2009

Intanto le parole: secondo la logica più banale «No B-day» vuol dire «No al B-day». Invece per le torsioni della logica politica vuol dire proprio l'opposto: «No Berlusconi day». Quindi è la giornata per dire «no» a Berlusconi. Ma quattro righe per spiegare il senso di un logo è un po' troppo. Però ne è valsa la pena, perché questa (s)comunicazione esprime con verismo la confusione politica in cui è piombata quest'ennesima replica dell'ennesima piazzata contro Berlusconi.

Il nodo che sta strozzando il Pd è semplice: andarci o no al «No B-day»? Sembra facile rispondere. Ma un semplice «sì» o un banale «no» possono scatenare chissà quali reazioni quando il silenzio, oppure la scusa più improbabile, non creano nessun disturbo. Allora, «sì» o «no»? Ecco il panico che fa perdere la testa. Infatti quelli da cui si ci aspettava un «sì» scontato hanno detto «no». E proprio quelli che più naturalmente erano propensi a dire «sì», alla fine stanno dicendo «no». Veltroni, il mite Walter, sovrano di tutte le «nutellesche» politiche del Pci-Pds-Ds-Pd, ha incredibilmente detto «sì»! Però non ci andrà. Già, deve presentare un libro e poi è invitato ad un matrimonio. Strana giustificazione per un'assenza che però è contraddetta da un'adesione verbale. Sì, fa girare la testa. Ma è solo l'inizio. Poi c'è Livia Turco, di cui D'Alema è il ventriloquo, perché ogni cosa che lei dice sembra già detta da lui. «No», io «no»! È la risposta della Turco in D'Alema: lei non ci va al «No B-day». «No» al «No B-day», cioè «sì» a Berlusconi? La logica non è un'opinione: che la Turco, a furia di valzer politici, sia diventata berlusconiana? Anche il redivivo Franceschini dice «sì» e diventa un trasformer: infatti si trasforma da leader nuovista in stile Blair in un agguerrito antiberlusconiano. Dice «no», invece, Bersani-Brezhnev, che vuole lasciare libera la piazza dall'occupazione politica. Che furbizia! Manda allo sbaraglio giovani e seconde file mentre lui se ne sta in disparte, a vedere cosa succede, annusando salami emiliani e sorseggiando lambrusco. Machiavelli sarà commosso di avere un discepolo più scaltro del maestro.

«Sì», «no». «No», «sì»... Mentre questi monosillabi piovono come grandine sulla testa della sinistra, qualunque manuale di politica, dall'antichità ad oggi, dimostra senza mezzi termini che il popolo può compiere miracoli. Allora perché gli eredi del partito del popolo hanno vergogna a marciare col popolo, coi giovani, con i disoccupati, con gli immigrati - con il loro stesso popolo? Fanno la manifestazione contro Berlusconi. Ma il Pd ha paura di andarci perché farfugliano che diventa una cosa di partito e quindi si deprime l'entusiasmo della base. Certo, la base è nemica della sinistra, ormai è chiaro. Ma chiedetelo ai militanti: vuoi marciare da solo contro il tuo «nemico» Berlusconi oppure vuoi che ci siano anche le bandiere del tuo partito? Tu, piccolo fante, vuoi andare da solo alla guerra o vuoi il tuo generale sul campo?

E poi sbuca fuori la solita ipocrisia che serve a salvare la capra della faccia con i cavoli dell'interesse di partito: noi, lo stato maggiore della sinistra, ci andiamo, però senza bandiere e senza insegne. Cioè a titolo personale. Certo, perché la politica è questione privata, da sabato pomeriggio, prima dello shopping. Sì, faccio due passi alla manifestazione, saluto due amici e dico due banalità cosmiche. Così loro, i manifestanti, sono contenti di avermi visto. E io ho la coscienza pulita e posso tornare a godermi il weekend. Questa è pura regressione culturale della sinistra. In verità nessuno pensava che la fine del comunismo sarebbe stata anche la fine di una qualunque razionalità politica di sinistra. La politica è un sogno, un bisogno, una visione e una tensione morale, sociale, culturale, anche sentimentale. Non è questione da «sì» o «no». E non si fa neppure con le suole delle scarpe.




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