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«Moshtarak» vuol dire «assieme». Il termine coniato per denominare l'ultima operazione militare in Afghanistan contro i Talebani ha un senso: l'offensiva nella regione di Helmand, scattata domenica scorsa, è la prima condotta principalmente con forze dell'esercito nazionale afghano, anche se è stata pianificata ed è diretta dai contingenti anglo-americani. Si tratta di un test, sotto molti aspetti: oltre all'efficacia del nuovo esercito di Kabul, si sta verificando se la nuova strategia di Barack Obama (più forze locali, più interazione con i civili, una permanenza più prolungata sul territorio liberato dai Talebani) funziona o meno. E i risultati potranno essere verificati solo nei prossimi mesi. Come in tutte le «guerre di guerriglia», infatti, la conquista del territorio è solo un piccolo antipasto. Quel che fa la differenza è il controllo del territorio conquistato, l'ordine che si riesce a stabilire entro i suoi confini e la fiducia che si riesce a ottenere dalla popolazione locale.
La prima fase (conquista) sta andando decisamente bene. Il 13 febbraio, prima dell'alba, un contingente di 15.000 soldati britannici, statunitensi e afghani ha attaccato (con un massiccio uso di elicotteri) le due roccaforti talebane di Marjah, a sud, e di Nad Alì, a nord, entrambe a occidente del fiume Helmand. A Marjah agiscono americani e afghani, a Nad Alì inglesi e afghani. Nel settore britannico, nei primi quattro giorni di offensiva, la resistenza talebana è stata scarsa o nulla. Gli jihadisti, infatti, avevano lasciato Nad Alì, assieme a migliaia di profughi, per evitare il confronto con l'esercito regolare e gli inglesi. E' una buona notizia nel breve periodo, ma nel lungo può causare non pochi problemi, nel caso i Talebani dovessero tornare in massa e rovinare (con attentati e imboscate) l'opera di ricostruzione. A Marjah, nel settore americano, invece, i Talebani sono rimasti in forze in mezzo alle abitazioni dei civili, causando perdite alle truppe della Coalizione, ma soprattutto gravissimi danni collaterali alla popolazione locale. Già dal primo giorno, i marines americani sono stati accolti da un intenso fuoco di cecchini e mitragliatrici, oltre ad essere rallentati dall'esplosione di numerose bombe stradali (le ormai famose «Ied»). L'addestramento e l'ottimo equipaggiamento degli americani hanno limitato le perdite a un solo morto. Sempre nel primo giorno di battaglia, a Marjah, un razzo dell'artiglieria della Nato ha centrato una casa piena di civili, facendo 12 morti: il primo grande danno collaterale dell'offensiva. Dopo aver negato che si trattasse di un lancio intenzionale, il comando britannico ha ammesso che il bersaglio dell'ordigno occidentale fosse proprio quello, ma non si poteva fare a meno di provocare vittime civili. I Talebani (così come i terroristi palestinesi a Gaza) sono soliti posizionare donne e bambini sui tetti delle case da cui sparano, usandoli come scudi umani: sanno che le vittime civili sono una delle migliori armi della propaganda anti-occidentale e la usano quanto possono. La battaglia a Marjah, comunque, continua tuttora. I marines, pur controllando gran parte della città, non sono riusciti a eliminare alcune sacche di resistenza dei guerriglieri islamisti.
La vera buona notizia, comunque, è arrivata da un punto molto lontano dal fronte: da Karachi, in Pakistan. Un'operazione congiunta dei servizi segreti pakistani e americani ha portato alla cattura del mullah Baradar, il secondo uomo più importante del movimento talebano dopo il mullah Omar. La cattura sarebbe avvenuta la settimana scorsa, ma la notizia è stata tenuta segreta fino a ieri. E' difficile sottovalutare l'importanza dell'evento: Baradar, conosciuto come uno dei Talebani più «pragmatici» e disposti al dialogo con il governo di Kabul, era al contempo uno dei primi strateghi della guerriglia. E' uno degli ideatori della strategia delle «Ied», da far «fiorire» in tutte le strade afghane per bloccare i movimenti delle forze Nato. Era sempre Baradar il capo amministrativo del movimento talebano. Era lui, insomma, più ancora dell'ormai simbolico mullah Omar (scomparso dal 2001, anche se ancora a piede libero) il vero capo degli jihadisti afghani. La sua cattura ha inflitto un danno inestimabile ai Talebani, molto più grave delle perdite che stanno subendo nella regione di Helmand.
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