Nei giorni fra il 6 e l'8 aprile la piccola repubblica ex-sovietica e centrasiatica del Kirgizstan è stata scossa da gravi disordini di piazza, sfociati in conflitti a fuoco, che hanno provocato, oltre alla morte di ben 79 persone e al ferimento di almeno altre mille, la deposizione del presidente Kurmanbek Bakijev e l'ascesa al potere di una coalizione di partiti d'opposizione guidata dall'esponente del locale Partito Social-Democratico, Roza Otunbaeva.
Il nome di Roza Otunbaeva è sicuramente ignoto in Occidente ma certamente non nella sua patria e nello spazio post-sovietico, visto che già ricopriva incarichi di rilievo nell'allora Unione Sovietica (fu ambasciatrice dell'Urss in Malesia negli anni '80) e nei primi governi post-comunisti del Kirgizstan, avendo tenuto il dicastero degli esteri nel 1992 e avendo ricoperto la carica di ambasciatore presso gli Usa, il Canada e la Gran Bretagna, esperienze che sicuramente hanno aumentato la dimestichezza nelle questioni internazionali della nuova «donna forte» di Bishkek.
La vicenda politica della Otunbaeva sembra ricalcare da vicino quella di altre due donne protagoniste della politica dei paesi dell'area post sovietica: l'ucraina Julija Timoschenko e la georgiana Nino Burdjandze. Come la Timoschenko e la Burdjanadze, infatti, anche Roza Otunbaeva ha attivamente partecipato a «rivoluzioni colorate» (la «rivoluzione dei Tulipani» del 2005 in Kirgizstan) contro le precedenti élites post comuniste, corrotte e ritenute troppo vicine a Mosca, salvo poi entrare in conflitto con le nuove classi dirigenti emerse da quelle stesse rivoluzioni e come le «colleghe» ucraine e georgiane ha saputo dosare filo-occidentalismo e aperture verso Mosca.
Proprio la vicinanza politica della Otunbaeva alla leadership russa, unita al tempestivo riconoscimento di Mosca del nuovo governo ad interim, ha suggerito a molti commentatori internazionali la versione che vede dietro questa nuova «rivoluzione» kirgiza la mano del Cremlino, che avrebbe così voluto prendersi una rivincita geopolitica sulla «rivoluzione dei Tulipani» del 2005, orchestrata, secondo i russi e secondo molti osservatori internazionali, da Ong finanziate dall'Occidente per replicare in Asia Centrale lo scenario delle «rivoluzioni colorate» anti-russe di Georgia e Ucraina.
Tale interpretazione risente di una tendenza a sopravvalutare il peso degli allineamenti geopolitici e a ricondurre le vicende politiche dell'area post-sovietica esclusivamente ad uno scontro manicheo fra forze «anti-russe» e «filo-russe» o, in una visione ancor più ideologizzata, fra «democratici filo-occidentali» e «reazione neosovietica»; i rivolgimenti politici kirgizi dalla «rivoluzione dei Tulipani» del 2005 ad oggi risentono più delle lotte di potere fra clan a base regionale (nord- contro-sud) che non di effettive lotte a base ideologica o geopolitica, tanto più che lo stesso presidente deposto, Bakijev, conduceva una politica estera opportunistica ed altalenante fra Mosca e l'Occidente difficilmente etichettabile come «russofila» o «filo-occidentale».
Se non ci sono prove concrete di un effettivo e diretto coinvolgimento russo nella «rivoluzione» kirgiza è però altrettanto vero che ad uscirne malconcia è la politica centro-asiatica ed in generale post-sovietica degli Stati Uniti, che vedono di nuovo fallire una «rivoluzione colorata» e che, per timore delle conseguenze dell'instabilità kirgiza, hanno dovuto sospendere le attività della loro base militare di Manas, strategica per i rifornimenti alle truppe impegnate in Afghanistan, mentre invece i russi hanno rafforzato la presenza militare nella base di Kant, situata a pochi kilometri dalla base «rivale» di Manas.
L'errore degli Stati Uniti è stato quello di aver riposto troppe speranze ideologiche e geopolitiche in sommovimenti politici locali di cui spesso non si sono considerate le reali motivazioni storiche, che hanno a che fare più con antichi rancori nazionalistici o addirittura con rivalità etniche e claniche che con una reale spinta rivoluzionaria democratica.
Dopo la cocente sconfitta militare patita da Saakashvili nel 2008, che ne ha minato la credibilità interna ed internazionale, e la vittoria di Janukovic alle presidenziali ucraine del gennaio scorso è ora il Kirgizstan l'ultimo chiodo sulla bara delle «rivoluzioni colorate» che non solo non sono riuscite ad aumentare gli standard democratici dei rispettivi paesi ma che, paradossalmente, hanno consentito alla stessa Russia di riprendere il terreno geopolitico temporaneamente perduto a metà dello scorso decennio.
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