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Numero 367
del 05/05/2010
Continua l'offensiva mediatico-giudiziaria PDF Stampa E-mail
! di Alessandro Gianmoena
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venerdì 30 aprile 2010

Speravamo che dopo la tornata elettorale delle elezioni regionali il battage mediatico-giudiziario si fosse stemperato, ed invece ecco che torna alla ribalta, sui giornali, la campagna denigratoria contro esponenti del Governo, generando, in questa occasione, un polverone che tenta di offuscare l'immagine del ministro Claudio Scajola; eppure si tratta di una vicenda in cui egli non risulta nemmeno indagato, ma che lo vede coinvolto dalla magistratura inquirente unicamente in qualità di testimone. L'offensiva mediatico-giudiziaria che sta coinvolgendo il ministro dello Sviluppo si sta sviluppando secondo i canoni classici a cui ci hanno abituato, in questi anni, le inchieste che hanno interessato esponenti pubblici, ed in particolare quelli del centrodestra, ossia attraverso la violazione del segreto istruttorio e la diffusione della notizia a mezzo stampa. Accade così che la pubblicazione del teorema di un'accusa si trasformi, sic et sempliciter, in una condanna senza presunzione di innocenza, una condanna che, conclusi gli iter giudiziari, viene poi smentita dai fatti. Un'abitudine malsana, questa, che, mettendo da parte qualsiasi tipo di tutela del sacro principio del garantismo, in questi ultimi anni ha fatto sì  che venissero messi alla gogna esponenti politici che poi si sono rivelati innocenti. 

Forse, come diceva Andreotti, «a pensar male si commette peccato, ma ci si azzecca sempre»:  basterebbe solo considerare l'incessante evoluzione delle inchieste giudiziarie di questi mesi, che hanno spostato il loro raggio di azione dal presidente del Consiglio al suo Governo, per far affiorare il sospetto che vi sia, spesso, un uso politico della giustizia. Ora che il legittimo impedimento preserva lo svolgimento degli incarichi istituzionali del premier, le inchieste su Guido Bertolaso, Denis Verdini prima e Claudio Scajola adesso ricostruiscono un quadro in cui gli scandali mediatico-giudiziari irrompono come un attacco politico finalizzato a svilire l'opera del «Governo del fare» di Silvio Berlusconi. Colpire un ministro come Claudio Scajola, una figura che ricopre un ruolo chiave per lo sviluppo del nostro sistema-Italia, significa tentare di porre un freno alla politica riformatrice che egli ha coraggiosamente portato avanti per sostenere e innovare il nostro tessuto economico, a partire dalla grande sfida della reintroduzione del nucleare nel settore energetico.

Ora che l'efficacia dell'azione del governo Berlusconi è stata confermata dal consenso elettorale acquisito alle elezioni regionali, lo scandalismo mediatico diviene l'unico mezzo di attacco politico da parte di un'opposizione che si trincera dietro ad una polemica sterile. Ed è sufficiente che lo scoop giornalistico abbia la sua eco perché alcuni esponenti della sinistra diano sfogo al loro linguaggio ideologico giustizialista, chiedendone le dimissioni. In questo clima, e nel contesto di un Paese che non ha ancora regolato i conti tra il potere politico e quello giudiziario, portare avanti politiche riformatrici significa essere animati da una profonda determinazione e motivazione, un approccio che, unito all'amore per il suo Paese, il ministro Scajola ha da sempre dimostrato. E con la sua dichiarazione - «io non mi dimetto» - egli tutela non solo la sua onorabilità, ma anche il suo operato e non concede al circuito mediatico-giustizialista il potere di influire sugli assetti del governo. A lui va la solidarietà di Ragionpolitica, i cui collaboratori, ogni giorno, commentano i fatti del governo condividendo la stessa tensione politica che anima coloro che, fuori da ogni retaggio ideologico, credono nel futuro del proprio Paese attraverso la difesa e lo sviluppo del sistema-Italia.




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