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Numero 371
del 26/05/2010
Fondazioni liriche. Una protesta irresponsabile PDF Stampa E-mail
! di Daniele Capezzone
@ragionpolitica.it
  
lunedì 03 maggio 2010

Da Roma a Milano, da Firenze a Napoli, da Genova a Trieste, da Bari a Bologna, con una irresponsabilità e uno spirito anti-italiano che lasciano letteralmente senza fiato, le maggiori organizzazioni sindacali hanno proclamato scioperi a raffica destinati a far saltare decine e decine di spettacoli, concerti, rappresentazioni teatrali e musicali, balletti, in molti casi perfino numerose «prime» attese da tempo e con ansia da un pubblico non solo italiano. Motivo della protesta (lanciata e perfino «volantinata» da Santoro, qualche sera fa, sulle reti del cosiddetto «servizio pubblico radiotelevisivo») è il decreto Bondi, cioè il provvedimento, fortemente voluto dal ministro dei Beni Culturali e recentemente controfirmato anche dal capo dello Stato, che avvia una riforma strutturale degli enti lirici e sinfonici. La demagogia, inutile dirlo, la fa da padrona, e tocca corde emotivamente forti: il Governo - dicono i soliti agitatori - colpisce la cultura, costringe a fuggire all'estero i nostri migliori e più giovani musicisti, e così via.

Ma questo racconto, questa versione dei fatti è spudoratamente lontana dalla verità. Fino ad oggi le fondazioni liriche e sinfoniche (sono 14 in tutta Italia) hanno divorato, da sole, circa la metà di tutte le risorse pubbliche destinate allo spettacolo. Per sovrammercato, queste macchine mangiasoldi hanno drenato altri fondi anche da Regioni e Comuni: eppure, nonostante questa massa di denaro, molto spesso hanno subito commissariamenti, e in circa la metà dei casi hanno chiuso il loro bilancio in passivo. Non solo: la gestione è stata così poco ragionevole da vedere circa il 70% delle risorse impiegate solo per gli stipendi del personale: e figuriamoci cosa è rimasto per progettare, per investire, per pensare in grande.

Il ministro Bondi ha avuto il coraggio di dire che così non si poteva e non si può andare avanti. Tutti sanno che il nostro bilancio pubblico non consente follie, e tutti sanno che l'industria culturale, ovunque nel mondo, deve misurarsi - e sa farlo - con il mercato. Certo, lo Stato cerca di fare la sua parte: ma proprio per questo ha il diritto-dovere di modificare i criteri di assegnazione dei fondi, premiando il merito e la buona gestione, dando una mano ai più virtuosi e non disperdendo fondi a pioggia. E' questo il cammino che Sandro Bondi ha giustamente intrapreso, e merita il plauso e l'incoraggiamento di tutte le persone che amano l'arte, che sono intellettualmente oneste, e non tollerano più che un pugno di militanti faziosi e ululanti pretendano di presentarsi come vestali della cultura, trasformando i templi della musica e del teatro in arene per comiziacci e per una propaganda vecchia, disonesta e a spese del contribuente.




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