È grazie alla mediazione del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che si è risolta nei giorni scorsi la lunga e delicata crisi tra la Svizzera e il colonnello Gheddafi. Una crisi, che a partire da febbraio, ha coinvolto l'intera Unione Europea, allorché il leader libico ha chiuso le frontiere del proprio paese a tutti i cittadini dell'area Schengen in risposta alla decisione del governo elvetico di vietare l'ingresso nel proprio territorio nazionale a 188 cittadini libici, incluso Muhammar Gheddafi stesso. Tutto era iniziato con l'arresto a Ginevra, nel 2008, di Hannibal - un figlio del colonnello - e della di lui moglie Aline, entrambi accusati di aver ripetutamente picchiato due dipendenti dell'albergo in cui soggiornavano. Il loro rilascio, dopo aver pagato una cauzione di 300.000 euro, non aveva placato la collera di Gheddafi, che aveva reagito con misure di ritorsione contro imprese e cittadini svizzeri, uno dei quali, l'imprenditore Max Goeldi, veniva arrestato a Tripoli con l'accusa di soggiorno illegale e violazione delle leggi sul commercio e, dopo quasi due anni di carcere, condannato a quattro mesi di reclusione e a una sanzione monetaria. A febbraio il ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, si era subito attivato per una mediazione, incontrando il collega libico Moussa Kousa e rivolgendo un appello alla Svizzera affinché rivedesse la «lista nera». Erano seguiti una serie di passi diplomatici, l'ultimo dei quali, decisivo, è stato l'incontro tra il presidente Berlusconi e l'ambasciatore libico a Roma, Abdulhafed Gaddur, svoltosi il 10 giugno. Poi, il 13 giugno, il premier italiano è volato a Tripoli, dove ha avuto un lungo colloquio con Gheddafi: l'esito è stata la scarcerazione e l'immediato rimpatrio di Max Goeldi, mentre la Svizzera presentava le scuse per la pubblicazione sul quotidiano La Tribune, nel 2008, delle foto segnaletiche di Hannibal e della moglie. Il primo ministro libico, Ali al Mahmoudi, ha quindi espresso la gratitudine della Libia nei confronti dell'Italia per gli sforzi compiuti e per il ruolo determinante svolto nella soluzione del contenzioso, ribadendo l'importanza dei rapporti tra il proprio paese e l'Unione Europea. Inoltre un segno concreto del valore attribuito da Tripoli al ruolo svolto dal nostro paese è arrivato con la liberazione dei tre motopesca di Mazara del Vallo sequestrati dalle motovedette libiche il 10 giugno. Ma probabilmente le doti diplomatiche del premier italiano e la sua capacità di venire a capo dei problemi internazionali sollevati dal colonnello Gheddafi verranno di nuovo messe alla prova molto presto. L'8 giugno, infatti, il governo libico ha ordinato la chiusura del centro dell'Acnur, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, e ha chiesto al personale non libico di lasciare il paese. Alle proteste dell'agenzia ONU e di altri organismi impegnati nell'assistenza ai rifugiati, il ministero degli Esteri di Tripoli ha replicato di non aver firmato la convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e di non aver mai sottoscritto accordi di cooperazione con l'Acnur e perciò di non riconoscerne la presenza sul territorio del paese. Al momento 9.000 rifugiati e 3.700 richiedenti asilo restano quindi privi di assistenza. Per di più la decisione di Tripoli mette in difficoltà gli Stati europei - Italia inclusa - che utilizzano la Libia come destinazione per il respingimento degli immigrati sbarcati clandestinamente sul loro territorio nazionale. Come si ricorderà, la questione della collaborazione nel contrasto al traffico di esseri umani è uno dei punti del «Trattato d'amicizia, partenariato e cooperazione» stipulato nel 2008 da Italia e Libia.
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