freccia_long
Numero 375
del 29/06/2010
Diplomazia economica e identità nazionale PDF Stampa E-mail
! di Antonio Bettanini
@ragionpolitica.it
  
mercoledì 16 giugno 2010

L'immagine per la diplomazia economica. La cura e il potenziamento dell'immagine nazionale sono parte integrante della nostra attività di politica estera e si rivelano un valore aggiunto nel lavoro che la diplomazia economica svolge in funzione dell'affermazione delle nostre imprese nel mercato globale.

Monitoraggio e proattività. Se pensiamo dunque all'immagine italiana nel mondo - e il ministero degli Esteri non può certo trascurarla - dobbiamo seguire un doppio percorso: da un lato creare un monitoraggio articolato e differenziato, attraverso la rete diplomatica, degli stereotipi positivi e negativi del nostro paese (curando la relazione con i media paese per paese). E concorrere, insieme, proattivamente, con prodotti multimediali, a valorizzare e promuovere quanto di buono l'Italia fa. Dall'altro, però, dobbiamo anche interrogarci sui componenti della nostra identità e della nostra immagine, per una migliore consapevolezza di noi stessi, per accrescere la nostra stessa autostima, «volerci più bene», come è stato detto.

Che cosa abbiamo fatto. Al primo obiettivo si è dedicato il ministro Frattini fin dall'estate 2008, coinvolgendo la rete diplomatica estera in un'attività di monitoraggio quanto di promozione dell'immagine italiana.

«Winning Italy». Al secondo target ci si è dedicati con un'attività anche interna, nella consapevolezza che la nostra immagine è percepita (eteroprodotta) in funzione di quanto noi siamo stati capaci di mobilitare (immagine autoprodotta) a partire da un benessere psicologico collettivo che spesso ci è mancato e ancora ci manca. Con il progetto «Winning Italy» - che Frattini ha fatto proprio in questo 2010 - si è inteso proprio questo: avviare un meccanismo capace di censire l'eccellenza italiana e le energie nuove e migliori per poter così generare fiducia e autostima, soprattutto in una congiuntura di crisi quale l'attuale. Una pubblicazione trimestrale, un sito internet ed un premio («Winning Italy Award») rappresentano l'attività di «Winning Italy» che, assieme a Politecnico di Milano e Makno, si propone ora di costruire un progetto capace di misurare l'eccellenza. E di preparare il «secondo tempo» del nostro made in Italy facendolo uscire dalle secche di un'immagine ormai a rischio di saturazione.

Ma è indubbio che accanto a questa ripartenza, impegnativa e impegnata - particolarmente utile sia come farmaco anticrisi, sia come propellente per un ulteriore sviluppo - dobbiamo saper raccogliere e mettere insieme i componenti più significativi della nostra identità (come la percepiamo; come è percepita). Un compito che la società multietnica per molti aspetti sollecita.

Italia-Germania 4 a 3. Intanto dobbiamo ammettere che dopo il ventennio fascista, l'universalismo delle due maggiori formazioni politiche (l'internazionalismo per il PCI) ha di fatto contribuito alla rimozione dell'identità nazionale. Tornata alla ribalta solo nel 1970 in occasione dei mondiali del Messico, quando le piazze italiane si riempirono di tricolori per festeggiare Italia-Germania 4 a 3. Una sorpresa e tuttavia anche una fragile ripresa.

Molti anni dopo: il 1994. E' il socialismo tricolore di Bettino Craxi, l'intensa attività di diffusione-promozione culturale dei club socialisti negli anni '80 (con le problematiche della società dell'informazione e del made in Italy) a tematizzare in qualche modo l'identità italiana. Sono gli stessi anni in cui l'Italia scopre la propria vocazione regionale ed è parte attiva di importanti missioni di pace (vedi Libano). Bisogna però dire che le prime prove di centrodestra al governo, con il conforto e il fiancheggiamento di una prima riflessione politico-culturale (cfr. la rivista Ideazione) non hanno trovato uno sviluppo politico consapevole e impegnato. E' mancata e manca ancora ora una saldatura più generale con lo «spirito pubblico» soprattutto perché ancora ogni famiglia politica insegue un mito fondativo autonomo e - dopo l'89 e a partire dal '93 - la polarizzazione del sistema politico non ha potuto strutturalmente aiutare la costruzione di un'appartenenza nazionale comune che rimane il piombo principale sulle ali di una cultura condivisa nazionale.

Identità oggi: un gap, ma anche datato (?) Certo l'impegno in questa riflessione sembra rivelatore di una sorta di gap italiano e «fuori tempo» (al limite del paradosso: sembrerebbe che proprio nello stesso tempo in cui noi ne siamo alla ricerca, ci sia bisogno di «meno identità» - in chi ne dispone - a fronte della globalizzazione e del suo affermarsi nemico delle diversità), in relazione alle formazioni identitarie delle nazioni europee. Tuttavia noi non possiamo non affrontare questo problema: neppure limitarci ora ad un contributo e ad una sollecitazione soltanto tecnica in termini di immagine. Non basta cioè la tecnicalità del comunicatore ed il pur importante incentivo a scaldare il motore della rete diplomatica.

Un appuntamento con il paradigma. Anche e soprattutto perché il tema dell'identità rappresenta per il centrodestra italiano un appuntamento cruciale con il paradigma della sua tradizione, l'originalità attesa alla prova di una nuova impronta modernizzatrice, le aspettative della parte migliore e più dinamica del suo elettorato.

Quale è dunque il tratto originale dell'identità italiana? E dobbiamo affidare a istruzione e cultura, come sostenne in un articolo ispirato Ernesto Galli della Loggia (settembre2008), il compito di comporla, perché capaci di evocare «sapere, passato e bellezza» italiani? O dobbiamo forse affidarci ancora al made in Italy lanciato - come detto - dalla modernizzazione socialista degli anni '80, che ci ha accreditato come patria della creatività e del gusto? Certo tutto questo va considerato, anche con una rivisitazione che approfondisca contenuti (il mito dei «giacimenti culturali» di demichelisiana memoria) e filosofia (a partire dall'antropologia di una buona vita all'italiana, da un lato aperta e conviviale, dall'altro impermeabile alla contaminazione: un relativismo solo apparentemente debole perché fondato su di un modello - del cibo, della casa, del vestire e del paesaggio - assai più autosufficiente e compiuto di quanto non si immagini).

Un'anima italiana. Ma c'è anche un'«anima italiana» nel mondo, che scorre come un fiume carsico e che ancora non trova uno specchio dove riconoscersi e farsi riconoscere. Dalla prospettiva degli Esteri noi la vediamo molto bene. E' l'Italia della cooperazione e dell'impegno per la pace che, dentro e fuori le istituzioni, parla la nostra lingua nel mondo. E che ci conferma - anche nell'agire diplomatico e dunque nella politica estera - come un interlocutore affidabile e competente. E' un impasto originale della nostra cultura quotidiana - religiosa e laica - che alimenta in molti di noi una disposizione a incontrare gli altri, a lavorare con loro e ad aiutarli, senza arroganza e tra uguali. Medici e ingegneri, poliziotti e formatori, religiosi e soldati, diplomatici, donne e uomini italiani costruiscono il paradosso di un'identità italiana - che noi non riusciamo a vedere - che gli altri positivamente ci attribuiscono e che dà il meglio di sé dove il mondo è difficile e dove la dimensione del dare prevale su quella dell'avere. Centocinquanta missioni di pace, in sessant'anni di Repubblica: dalla Somalia al Pakistan, da Haiti al Ciad, dall'Afghanistan e dall'Iraq al Libano, la Palestina, dalla Moldova e dall'Ukraina al Mali. E' un'identità originale anche perché si costituisce grazie a quei molti di noi che, scegliendo le difficoltà e la sfida, vogliono mettere alla prova il carattere ed il talento, unito ad un Dna capace di sorriso, di amicizia e di quella simpatia che solo i cretini (e certo gli antipatici) pensano inutile.

Solidarismo e individualismo. Penso ad esempio che il solidarismo di cui erano permeate le culture politiche della sinistra (storicamente la tradizione socialista, anche nella sua versione modernizzata-riformista; naturalmente anche quella più settaria, comunista, e i suoi epigoni orfani del comunismo realizzato) ed il mondo cattolico abbia contribuito ad esprimere il tratto egualitario e la simpatia umana che contraddistinguono ancor oggi il comportamento nelle missioni italiane; allo stesso modo il nostro individualismo anarco-tradizionalista e liberista ha certamente contribuito a quella flessibilità e velocità che caratterizzano la nostra capacità di risposta all'emergenza. Entrambe - queste disposizioni d'animo - conoscono una tessitura che la vita quotidiana delle nostre società va perdendo: qualcosa infatti - nelle regioni lontane delle «guerre di pace» e della cooperazione - ancora lega questi nostri connazionali ai quali è dato di poter immaginare quello che l'individualismo contemporaneo sembra avere perduto: un legame sociale, un mondo comune nel senso che è di tutti senza appartenere a nessuno, dentro un'interpretazione anche informale dei ruoli sociali, ma sempre capaci di mantenere una tensione tra pubblico e privato senza che l'elastico si rompa.

Una cultura istituzionale. Ma penso anche alla cultura istituzionale e all'efficienza che emerge dalle nostre forze di polizia e di sicurezza: temprate dall'aver fronteggiato proprio in Italia organizzazioni criminali e formazioni terroristiche. Ci confermano la capacità di risposta che i nostri contingenti sanno esprimere tanto nell'uso della forza quanto in quello della comprensione e persuasione. L'impasto di questa eredità di valori, competenza ed esperienza - lontano dalla polemica politica ed ideologica interna - trova ancor meglio in paesi lontani una sua compiuta espressione. Gli italiani non sono dunque soltanto «brava gente». E anche se non siamo poi tutti così bravi, una straordinaria catena umana aiuta ogni giorno l'immagine del nostro paese e contribuisce a costruire quella che in Iraq come in Senegal, in Libano come in Mozambico, in Etiopia come in Palestina, in Bolivia come in Afghanistan, nei Balcani come nel Centro America è una riconosciuta, ammirata e spesso invocata identità italiana. Se cominciamo a riconoscerla anche noi diventerà più solida, più identità. Forse non ci vogliamo ancora così bene per celebrarla, ma gli uomini pubblici hanno il dovere di raccontarla e di interpretarla - senza che la personalità prevalga sui debiti e gli impegni che l'appartenenza richiede - perché anche così un paese diventa finalmente nazione.

Prof. Antonio Bettanini, consigliere per le relazioni istituzionali, politiche e della comunicazione del ministro degli Affari Esteri, On. Franco Frattini.




Condividi questo articolo



Commenti (3)
1. 17-06-2010 21:21
Allora
Iniziamo proprio dal Ministero degli Esteri a dare voce anche agli italiani all ' estero , non solo attraverso consoli o ambasciatori che per prima cosa fanno i propri ( di essi stessi ) interessi! 
E non parliamo dei Comites, ecc...
Scritto da Isabella Olivieri
2. 18-06-2010 09:08
Tricolore nel mondo
Dal punto di vista turistico,socioculturale e alimentare la nostra penisola è stimatissima.La pizza è diffusa in Nordafrica e Medioriente...il caffe napoletano in Sudamerica..Le nostre città d'arte sono visitate anche da un turismo multireligioso estremo-orientale.Per questi mondiali ancora forza azzurri.
Scritto da Nobile
3. 18-06-2010 16:27
No dimentichiamo il passato.
Bellissimo saggio. Sono completamente d'accordo. Tuttavia non trascurerei, anche se non vi sono molti buoni affari da fare, i luoghi nei quali abbiamo lasciato i ricordi migliori, iniziando dall'Eritrea.Le notizie che vengono da laggiù sono terrificanti ma il nostro servizio diplomatico si ha l'impressione mostri un certo disinteresse.Si tratterebbe di un investimento in immagine, lo ammetto, ma è proprio l'immagine un punto di forza della nostra presenza all'estero, come l'articolo assai bene evidenzia.
Scritto da ALVAROPT

Scrivi Commento
  • Si prega di inserire commenti riguardanti l'articolo.
  • Commenti ritenuti offensivi verranno eliminati.
  • E' severamente vietato qualsiasi tipo di spam.
  • Assicurarsi di aggiornare(refresh) la pagina per visualizzare un nuovo codice di controllo, nel caso venga inserito un codice errato
  • Caratteri disponibili : 1000.
  • Per poter inviare il commento è necessario inserire un codice di sicurezza, indicato alla fine del modulo di invio, per prevenire problemi di SPAM
Nome o nickname
Titolo:
Commento:

caratteri disponibili
Inserisci il codice di sicurezza:* Code


 
< Prec.   Pros. >



governo.jpg
governo_berlusconi.jpg
forza_silvio.jpg
fb_ok.jpg
newsletter-new2.jpg
collaboranew-2.jpg

 

sottoscrivi RSS

Ragionpolitica, periodico on line Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore editoriale: Alessandro Gianmoena, Direttore responsabile: Aurora Franceschelli, Redazione: Gianteo Bordero
Scrivi alla redazione © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata