«L'Italia può essere orgogliosa della presenza e dell'azione della Chiesa». Così Papa Benedetto XVI Giovedì scorso nella Basilica di Santa Maria Maggiore, il quale ha poi invitato i vescovi «a stimolare i fedeli laici a vincere ogni spirito di chiusura, distrazione e indifferenza, e a partecipare in prima persona alla vita pubblica». Ratzinger, senza entrare nel merito delle elezioni amministrative, ha toccato tuttavia i grandi temi che ineriscono ai principi non negoziabili di cui la comunità dei credenti deve essere garante, dalla «tutela della vita in tutte le sue fasi» al «sostegno fattivo alle famiglie», esortando in particolare i giovani cattolici a «tentare la strada della politica». Un invito, gentile ma fermo, a considerare con attenzione quali tra i futuri amministratori siano in linea con la dottrina sociale della Chiesa e quali siano, dietro alle belle parole, antagonisti rispetto a quest'ultima. Una volta di più le parole del Papa sono illuminanti: nella loro semplicità e trasparenza contribuiscono a demistificare, a riportare ordine nel caos prodotto dalla ambiguità e nebulosità di programmi elettorali che dietro a belle parole quali «solidarietà», «integrazione», «tolleranza», celano in realtà il demone del relativismo radicale. Paroline suadenti inserite a bella posta per blandire un elettorato cattolico che è stato confuso, colpevolizzato, reso dubbioso ed insicuro dalle esternazioni dei tanti anticlericali che agiscono in sostanziale contrasto col Magistero. Tornano alla mente le parole del Premio Nobel Francois Mauriac:«Non credo che si commettano oggi crimini più grandi che nelle altre epoche...Ma quel che appartiene esclusivamente alla nostra è la trasmutazione del bene in male e del male in bene, è questo rovesciamento di valori che chiude la porta al pentimento e che uccide così la speranza in tanti cuori». E' da questo germinale epitaffio dell'evo moderno che è possibile sviluppare qualche considerazione sull'imminente epilogo delle elezioni amministrative milanesi. In questo clima da sagra della «modernità» Giuliano Pisapia è, semplicemente, il fantoccio di chi vede in una eventuale «vittoria» a Milano un contropredellino da cui lanciare un'offensiva politica a tutto campo, destinata, almeno negli intenti, a smantellare il nostro duraturo e resiliente assetto sociale dalle fondamenta. Non stiamo parlando dei soliti antiberlusconiani, degli iracondi che comunque mai voterebbero un candidato azzurro, di quanti in buona fede credono, bontà loro, al programma di Pisapia: stiamo parlando della spina dorsale reale del movimento anti-Moratti. E la definizione in negativo non è casuale: in mancanza di una identità politica propria e definita essi la sussumono da un antagonismo che va ben oltre il Leonkavallo o il collettivo di quartiere. E' quell'antagonismo «kulturnj» di cui ha dato ampia prova Piero Bassetti nei giorni scorsi ed Eugenio Scalfari sempre. Quell'antagonismo che è riduttivo ascrivere al contenitore del comunismo, sia esso post, cripto o neo. E' qualcosa di ben più insinuante. Così insinuante da attecchire pure nell'orto di qualche canonica, guarda caso la medesima che diede vita alla aberrante «cattedra dei non credenti» con il placet del Signor Carlo Maria Martini fu cardinale. Fatevi un giro su Facebook e guardateli da vicino, i nuovi «arancioni»: vi renderete conto che pochi, pochissimi sono i genuini «venditori di salamelle» da Festa dell'Unità. Basta fare un semplice carotaggio esplorativo: scoprirete che dietro la venerazione per Heidegger e Kierkegaard, dietro l'estenuata ricerca esistenzialista del «sé» corroborata da robuste iniezioni freudiane non c'è nulla di nulla, se non l'albagia e l'alterigia di chi prova uno smisurato e superegotico disprezzo antropologico nei confronti del proprio prossimo. E questi sono i soggetti che dovrebbero prendersi cura dei più deboli, dei disadattati, dei «plebei», come perlappunto ci ha definito Bassetti. Soggetti che, non credendo più in nulla, hanno deificato la raccolta differenziata, hanno reso feticcio le piste ciclabili e la fallimentare «green economy», hanno riempito le loro bacheche di foto di animali abbandonati e non smuovono un mignolo per assistere un anziano o, figuriamoci, per adottare un bambino. E' il ribaltamento totale, il mondo rovesciato cui accennava Mauriac: un relativismo ove tutto risulta omologato, spappolato, indifferenziato. Un venefico vangelo nel quale pure la semplice rivendicazione laica di una identità storica, geografica, culturale, ovvero la «milanesità», viene sprezzata come sacrilega. Perché dobbiamo comunque piegarci ad un mondo «multi»: «multigender», «multiculturale», «multietnico», «multifood», «multigod», dimenticandoci un fondamentale assioma, ovvero che per gestire le differenze, che ci sono ed esistono indipendentemente da noi, dobbiamo per prima cosa riconoscerle come tali. In caso contrario, di quale «accettazione» e di quale «tolleranza» stiamo parlando? Di quella imposta per legge, ovvero illiberale ab origine?Pensiamo e riflettiamo, e con noi pensino e riflettano i cittadini milanesi chiamati ad una grandissima responsabilità tra poche ore: che governo regalerebbero soggetti di tal fatta a Milano o, peggio, al paese?
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