Il primo dato che emerge dopo la convention leghista di Pontida è senz'altro la conferma dell'alleanza tra Lega e Pdl, la sostanziale condivisione di un programma comune e la continuità dell'asse Berlusconi-Bossi: chi sperava, tra macumbe, riti cabalistici propiziatori e ammiccamenti al limite dello sbracato, di vedere sancita la fine dell'attuale governo all'alba della verde kermesse dovrà farsene una ragione ed attendere più fausto momento, magari fino al 2013. Ulteriore aspetto meritevole di analisi è poi la non completa omogeneità dell'anima leghista: se è vero che Umberto Bossi vede, per ora ufficiosamente, in Roberto Maroni il suo ideale successore, scelta ponderata e logica alla luce dell'ottima prova che egli ha dato e sta dando come Ministro dell'Interno, è vero che tale scelta, pur non formalizzata, non è condivisa all'unanimità da parte della base così come da taluni colonnelli che vorrebbero una Lega più anarco/autonomista e meno forza di governo. Si tratta di dinamiche interne ad un importante e consistente partito che debbano, come è giusto, svilupparsi attraverso una dialettica autonoma e tutta «domestica», per così dire. Fin qui, la forma, ciò che già si sapeva e che difficilmente sarebbe stato messo in discussione. E riguardo alla sostanza?
Leggendo il manifesto programmatico di Pontida è difficile non trovarsi d'accordo con quanto ivi scritto. Il superamento del bicameralismo perfetto con la riforma in senso federale del Senato sarebbe assolutamente auspicabile. Così come auspicabile, oltre che impellente, è la riforma fiscale chiesta a gran voce dal popolo di Pontida nello specifico e da quello italiano in generale. La faccenda delle missioni militari all'estero è spinosa, nulla da dire, e il Quirinale ha già detto e stradetto la sua, ma, se è vero che l'Afghanistan è uno scenario a sé ove la nostra presenza si concretizza in un fattivo aiuto alla popolazione autoctona che non sarebbe giusto abbandonare dall'oggi al domani, è altresì vero che tre sono i fattori determinanti che ci hanno trascinato nel conflitto libico. Tre fattori: la Francia, Al-Jazeera e Internet. Attraverso una rappresentazione non veritiera dello scenario libico questi tre fattori hanno dettato l'agenda politica internazionale alla Nato ed alla Comunità Europea. Staremo a vedere se il Congresso degli Stati Uniti, rivoluzionato dopo le elezioni di medio termine, darà l'ok ad Obama per la prosecuzione della missione o sancirà il ritiro delle forze militari Usa entro novanta giorni. E alla luce di questi fatti la Lega, con buona pace del Presidente della Repubblica, ha mostrato le sue perplessità, chiedendo una data certa per la risoluzione del conflitto.
La questione dei «ministeri al Nord» potrebbe essere facilmente liquidata come boutade propagandistica priva di qualunque sostanza politica. Eppure così non è: se è poco immaginabile un trasferimento tout court di intere strutture ministeriali (per costi, logistica, conseguente disorganicità sistemica di una tale scelta) è altresì vero che una regione come la Lombardia, la quale produce da sola circa il 40% del nostro Pil, possa aver diritto a sportelli di rappresentanza ministeriale dotati di efficacia operativa e non solo di attribuzioni pro forma. Potrebbe essere un passo avanti verso il decentramento e lo snellimento amministrativo: un'ipotesi che non può liquidarsi con risentita sicumera parlando di «soliti leghisti», ma che alla luce della bilancia costi/benefici può essere valutata. Allo stesso modo sono auspicabili l'approvazione del codice delle autonomie, l'estensione delle competenze alle regioni, l'attivazione di provvedimenti per la riduzione delle bollette energetiche e, soprattutto, il superamento dei vincoli draconiani imposti dal patto di stabilità interno. Soprattutto su quest'ultimo punto si giocherà una fondamentale battaglia politica, non solo interna al paese, ma tra noi e l'Europa. Poiché non è né immaginabile né tollerabile che un comune virtuoso il quale abbia conseguito significativi avanzi positivi di bilancio, ovvero denaro buono, funzionante e spendibile per la propria comunità, si ritrovi le mani legate e tale risparmio congelato in quanto destinato de facto a ripianare i bilanci disastrati dei comuni non virtuosi (vedi Napoli) da un lato o a confluire nel ripianamento del debito greco dall'altro.
Il patto di stabilità interna, pertanto, oggi come oggi si concretizza in una assurda punizione del merito: l'esatto contrario di quanto dovrebbe accadere in uno Stato liberale e democratico. Senza contare che risulta difficile comprendere come nella percezione della sinistra nostrana il patto di stabilità interno sia vincolo insuperabile per le amministrazioni di centrodestra, mentre risulta al contempo una specie di blanda linea guida (tipo il codice dei pirati de «La Maledizione della Prima Luna»...) per quelle di centrosinistra: come sia stato possibile coniugare il rigore europeista con milioni di euro sperperati, ad esempio, dall’amministrazione genovese di sinistra in «notti bianche», sponsor ad oscuri festival della canzone, realizzazione di «panetterie autogestite in Congo» (!!!), finanziamenti a gay-pride e manifestazioni correlate (e tali riferimenti specifici riguardano la sola Liguria: per il resto d'Italia rimandiamo all'articolo pubblicato), risulta infatti come minimo contraddittorio, per non dire inaudito.
E proprio sulla questione Grecia-Europa-Finanza vale qui la pena di spendere qualche parola. I profeti di sventura non mancano mai: dieci anni fa economisti di grido davano per certo che l'Italia facesse la fine dell'Argentina. I fatti hanno parlato da soli. Ieri Jean-Claude Juncker (smentito poche ore fa do Moody's...), Presidente dell'Eurogruppo sostiene che se la Grecia dovesse fallire la prima vittima dell'eurodomino sarebbe l'Italia: un messaggio trasversale o, meglio, un avvertimento tutt'altro che trasparente volto ad inficiare sul nascere qualunque ipotesi di riduzione fiscale e di superamento, anche solo parziale, del patto di stabilità. Ma vi è forse qualche nesso causale diretto tra il disastro greco e i nostri paventati «ultimi giorni di Bisanzio»?
Con tutti i suoi difetti intrinseci il nostro sistema bancario è pressoché l'unico in Europa che non ha investito in titoli greci. Siamo il paese che meglio di qualunque altro al mondo, Stati Uniti compresi, ha retto alla crisi economica internazionale: perché se è vero che abbiamo un tasso di crescita inferiore alle aspettative è altresì vero che abbiamo preservato intatta la collocazione della forza lavoro, non abbiamo fatto ricorso, come è accaduto nella tanto lodata Germania (i disastri elettorali cui è andata incontro la Merkel, pur efficiente come è stata, non escono dal cilindro come il proverbiale coniglio, e in confronto nulla sono le nostre sconfitte a Napoli e Milano), ai licenziamenti di massa ed ai tagli retributivi, non abbiamo aumentato di una virgola l'imposizione fiscale diretta, abbiamo lasciato immutato welfare e previdenza sociale, investendo, anzi, là dove è stato possibile, e abbiamo tenuto in perfetto ordine i conti dello stato senza ricorrere alle abominevoli cosmesi di bilancio elleniche, impresa che definire titanica è poco. E’ bene, quindi, che al rigore, ancora necessario si coniughi in misura adeguata una riforma delle imposte che, alla luce della solidità che il nostro sistema ha dimostrato, non possiamo definire come «temeraria». Perché l'alternativa è chiara e semplice: divenire il serbatoio della CE, senza più capacità proiettiva di sviluppo. Continuare sulla strada del rigorismo pedissequo ci farà accantonare una marea di risorse...che altri spenderanno al posto nostro senza neppure dirci grazie, ma continuando a considerarci paria tra pari...
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