Se ne parla da tempo e prima o poi arriverà veramente. Finora però la Terza Repubblica ha sempre più le sembianze di una avvenente donna che ama farsi attendere. La politica nel frattempo si prepara come può, ben conscia che nulla sarà più come prima. Il centrodestra l'ha capito e infatti nel 2013 sarà totalmente diverso da come l'abbiamo conosciuto negli ultimi vent'anni. Silvio Berlusconi ha dato continuità alla sua opera con Angelino Alafano, Umberto Bossi ha dovuto fare largo a Roberto Maroni mentre Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini stanno insieme nel Terzo Polo, ma a quanto pare ancora per poco... E a sinistra cosa succede?
La sinistra italiana è ferma al crollo del muro di Berlino (1989) e alla svolta della Bolognina (1991). E' vero che durante tutta la Seconda Repubblica ha cambiato più volte leader ma alla fine è sempre stata simile a un serpente che non cambia mai pelle. Ad Achille Occhetto è subentrato Romano Prodi, a Prodi sono subentrati Massimo D'Alema e Giuliano Amato negli anni di governo 1996-2001, anno in cui Francesco Rutelli sfidò Berlusconi alle politiche uscendone con le ossa rotte. Nel 2006 è ritornato Prodi che ha mantenuto la nomea di vincente dalla breve data di scadenza. Nel 2008 Walter Veltroni si presentò come il «nuovo» e perse pesantemente.
La ricerca del «nuovo» per la sinistra è stata l'ossessione di tutta la Seconda Repubblica.
Il «nuovo» da anteporre a Berlusconi. Ma Veltroni era il nuovo? E Bersani è il nuovo? E Massimo D'Alema è mai stata una novità? A pensarci bene chiunque guidi o abbia guidato il centrosinistra ha fatto parte e fa parte di un'oligarchia il cui unico scopo è stato quello di continuare a detenere la leadership. Il Pds e i Ds prima e il Pd oggi sono solo il frutto dell'eterna lotta tra dalemiani e veltroniani. Questo è stato detto fin troppe volte ma facciamo ancora un passo indietro per capire meglio tutte le dinamiche.
I leader che in questi decenni sono stati alla ribalta nel panorama politico italiano sono «i quarantenni» che negli anni 1989-1991 furono i protagonisti dell'ultimo ricambio generazionale della sinistra. Massimo D'Alema, Piero Fassino e Walter Veltroni, insieme ad altri, misero in minoranza sia l'ala più a destra del partito, quella migliorista dell'attuale presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e quella più a sinistra di Armando Cossuta e Fausto Bertinotti. Da allora in poi è cambiato più volte il nome del partito ma non il sistema di potere. A turno i tre hanno fatto i segretari di partito e il leader Maximo, al momento più opportuno (per lui), ha spinto gli altri due a fare i sindaci. Il meccanismo è sempre lo stesso. Nel 1994 Veltroni perde contro D'Alema la sfida per la segreteria del Pds e due anni dopo diventa vicepremier del primo governo Prodi. Nel 1998 D'Alema prende il posto di Prodi a Palazzo Chigi e Veltroni diventa segreterio del partito. Nel 2001 l'allora sindaco di Roma Francesco Rutelli viene candidato come premier del centrosinistra. E chi si candida a sindaco della Capitale? Niente di meno che Walter Veltroni che lascia il posto di segretario degli allora Ds a Piero Fassino (attuale sindaco di Torino). E nel 2008 cosa succede? Veltroni lascia la poltrona di primo cittadino di Roma per guidare il Pd alle Politiche. E chi viene riproposto come candidato sindaco del centrosinistra? Di nuovo Francesco Rutelli.
Ma cosa c'entra tutta questa storia vecchia ormai di quasi cinque anni con l'imminente arrivo della Terza Repubblica, soprattutto in relazione al fatto che ora c'è il Pd a guida Bersani e D'Alema e Veltroni non hanno incarichi di partito? C'entra perché la segretaria di Bersani rientra esattamente nella logica di potere oligarchico. L'attuale leader del Pd prima di entrare in Parlamento era governatore dell'Emilia Romagna e dopo la vittoria delle primarie di partito del 2009 ha scelto l'ex presidente alla provincia di Milano Filippo Penati come capo della sua segretaria politica.
Questa continua commistione tra incarichi locali e nazionali e questo continuo valzer di poltrone, simile a un gatto che si morde la coda, alla lunga poi ha portato alla situazione attuale. Una situazione nella quale Stefano Boeri, dopo le dimissioni del leghista Renzo Bossi da consigliere regionale, ha esplicitamente chiesto che anche Penati facesse altrettanto. Ma nessuno né ora né mai nel Pd si è azzardato a chiedere le dimissioni di Bersani sebbene avesse la responsabilità oggettiva di aver sbagliato a scegliere un suo collaboratore così come ha sbagliato Bossi a scegliere Belsito. Bossi paga per Belsito ma Bersani non paga per Penati.
Senza considerare il fatto che il centrosinistra nazionale continua a chiedere le dimissioni della giunta Formigoni (che al suo interno non ha nemmeno un indagato) mentre balbetta quando ad essere indagato è il governatore della Puglia Nichi Vendola che non ci pensa proprio a dimettersi. Ciò detto, si può trarre una semplice conclusione: questa volta le dimissioni e i ricambi si sono verificati nel campo del centrodestra e non in quello del centrosinistra. Probabilmente però a breve vedremo una nuova girandola di nomi e di leader di sinistra che si scambieranno le sedie. Dopo D'Alema e Veltroni, sarà il turno del dualismo tra Matteo Renzi e Luca Zingaretti? No, forse no, forse sono ancora troppo giovani per prendere il posto degli «ex quarantenni».
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