freccia_long
Numero 482
del 22/06/2012
150 miliardi di buone ragioni per difendere Finmeccanica PDF Stampa E-mail
! di F.N.
@ragionpolitica.it
  
lunedì 30 aprile 2012

150 miliardi di dollari in cinque anni: tanto vale l'appalto per la ristrutturazione dell'intero sistema ferroviario statunitense. Gara a cui partecipa, con ottime chance di vittoria, anche Ansaldo-Breda, società del gruppo Finmeccanica. Holding che, come sappiamo, è in questi giorni oggetto di attacchi ripetuti e serrati. Holding che rappresenta la punta di diamante in Italia ed è trale prime in Europa per quanto riguarda tecnologia, armamenti, elettronica non consumer, trasportistica. Commesse multimiliardarie, quindi, sia in ambito civile che militare.

Una realtà societaria, quindi, che produce non solo introiti vertiginosi, ma anche tanto lavoro. Non solo: Finmeccanica è nettamente e assolutamente «nostra», ovvero italiana. Ed è proprio qui che sta il «punctum dolens»: rappresentando l'eccellenza tecnologica e manifatturiera in quasi tutti i suoi comparti produttivi, Finmeccanica è un bersaglio estremamente appetibile per le holding straniere concorrenti. Sia Francia che Inghilterra farebbero carte false per vedere la nostra società scorporata e venduta a pezzi, magari per un tozzo di pane, eliminando così un pericolosissimo concorrente ed aumentando di conseguenza la propria quota di mercato. Mentre per i concorrenti Usa forse risulterebbe più proficuo lo svuotamento prima e la disintegrazione poi del gruppo che, con un tiro mancino magistrale, vinse qualche anno fa la gara d'appalto per la realizzazione dell'elicottero presidenziale: uno smacco pazzesco per gli americani che, sotto sotto, sono dei gran campanilisti, al quale Barack Obama, dopo la consegna dei primi dieci pezzi, cercò di porre rimedio rescindendo il contratto di fornitura anzitempo a fronte del pagamento di penali mostruose.

Un gioiello di famiglia, insomma, che oggi si trova sostanzialmente privo di difese di fronte ad una aggressione mediatica e giudiziaria come minimo «curiosa», per usare un eufemismo. Un'aggressione che, in concreto, sta compromettendo gravemente la credibilità di Ansaldo-Breda nella difficile e delicata battaglia per la commessa ferroviaria statunitense: il passaparola è già cominciato, e i nostri spregiudicati concorrenti non esitano a mettere in dubbio la credibilità di una holding il cui Amministratore Delegato, Giuseppe Orsi, risulta oggi indagato per riciclaggio e corruzione internazionale in riferimento ad una commessa per la fornitura di elicotteri all'India. Capi di imputazione gravissimi per i quali la notizia di reato si sostanzia finora solo ed esclusivamente sulle dichiarazioni, «de relato» per altro, di Lorenzo Borgogni, ex responsabile delle relazioni esterne di Finmeccanica. Le «informazioni» in oggetto sono, per parola di Borgogni stesso, «notizie di cui ero venuto a conoscenza grazie a rivelazioni o a documentazione della quale ero venuto in possesso» (fonte: La Stampa), ovvero materiale interamente di seconda mano: nell'ipotetica azione di corruttela Borgogni non avrebbe mai avuto un ruolo diretto. Siamo al «si dice che», per capirci. Inoltre, prosegue Borgogni, «(...) Orsi è stato indagato per riciclaggio e corruzione internazionale, vuol dire che sono state fatte delle verifiche. E il loro esito è stato positivo, evidentemente». Un «teorema perfetto», insomma, che trasforma una indagine in condanna attraverso la conversione di «dichiarazioni» in verità assiomatica: se Orsi è stato indagato allora vuol dire che egli è colpevole, poiché «sono state fatte delle verifiche risultate positive». Nella medesima intervista leggiamo poi: «(...) Ho detto dell’assunzione nell’interesse di Giorgetti ma anche del figlio del senatore Pd Nicola Latorre o della figlia del banchiere Ponzellini all’AgustaWestland. Ma, ripeto, solo perché ho risposto a delle domande molto precise dei pm. E poi ho parlato dell’ex capogruppo della Lega, Reguzzoni». Snocciolatura trasversale di nomi che, ad oggi, non sostanzia alcuna ipotesi di reato ma che svolge una duplice funzione: da un lato accreditare Borgogni come «testimone attendibile» che conosce dettagliatamente ciò di cui sta parlando (ovvero: se dice la verità su una faccenda ininfluente ed irrilevante dal punto di vista penale come l'assunzione del figlio di Latorre, ciò implica sulla base di un sillogismo «inattaccabile» che egli dica la verità anche e soprattutto riguardo a ipotesi ben più ghiotte per il circuito mediatico-giudiziario), dall'altro questo «sparare nel mucchio» coinvolgendo non solo la Lega, ma anche il Pd e i «banchieri» (ribadiamo: per fatti non penalmente rilevanti) assume i connotati di un messaggio obliquo e come minimo poco trasparente nei confronti dell'establishment, del tipo «Attenzione che io so. So tutto. Di tutti». Non molto diverso da quanto affermò il Senatore Lusi quando disse: «Se parlo io crolla tutta la sinistra. Non solo la Margherita». Con la differenza sostanziale che Lusi, forse, parla con piena cognizione di causa, avendo messo direttamente ed in prima persona «le mani nella marmellata».

Insomma, allo stato attuale delle cose i tanto strillati «riscontri oggettivi» mancano. Quindi che cosa abbiamo, nell'ordine? Punto primo: un ipotetica tangente di 10 milioni di Euro (!!!), ovvero il 20% del valore totale del pagamento a Guido Haschke per i suoi ipotetici servigi di intermediatore (41 milioni di Euro diventati, secondo Borgogni, 51 milioni). In tutta la nostra travagliata cronaca giudiziaria degli ultimi 30 anni mai si è avuta notizia di una tangente di tale entità: è lecito supporre che la cifra sia perlomeno «fantasiosa». Punto secondo: le dichiarazioni «de relato» di Borgogni, che lui ritiene oggettivamente comprovate, mentre tale requisito di «oggettività» ad oggi manca completamente. E' la parola dell'ex manager contro quella dell'attuale AD. Punto Terzo: il circo degli «zanza», come felicemente li definisce Alessandro Sallusti, ovvero i soggetti alla Lavitola che, dopo aver notoriamente millantato credito per decenni, sono pronti a fornire «rivelazioni esplosive» su tutto e su tutti (manco avessero a disposizione l'archivio del compianto Francesco Cossiga...) pur di ridimensionare la propria, personale posizione giudiziaria. Punto quarto: l'anello politicamente debole della catena sul quale fare forza per dare corpo al teorema giudiziario della «corruzione nazionale ed internazionale», ovvero la Lega, la quale in questo momento sta attraversando, purtroppo per lei, il momento più buio e critico della sua parabola politica e versa in una condizione, auspichiamo momentanea, di oggettiva debolezza e fragilità. Non esiste in questo momento bersaglio più appetibile, dal punto di vista giudiziario.  

Borgogni, anziché recarsi immediatamente dai magistrati non appena è venuto in possesso delle famose «rivelazioni», aspetta di essere convocato dai magistrati nell'ottobre 2011 per rilasciare le sue «esplosive dichiarazioni». Perché? Il «caso Orsi» scoppia sei mesi dopo l'interrogatorio di Borgogni, cioè proprio a ridosso della gara d'appalto per il rinnovo dell'infrastruttura ferroviaria statunitense, quando, qualora le dichiarazioni di Borgogni fossero state effettivamente attendibili, logica avrebbe voluto che Orsi fosse indagato contestualmente o quasi. Perché? I terzisti d'assalto, che mai hanno dimostrato particolare simpatia sia nei confronti di Guarguaglini (ex AD di Finmeccanica) che del suo acerrimo nemico Orsi, hanno già puntato l'artiglieria pesante contro la holding in attesa del «codice rosso»: l'ultimo in ordine di tempo è stato Marcello Sorgi, il quale, durante una recente trasmissione televisiva, ha buttato lì, con melliflua nonchalance, la «chiave di volta» che spiega tutto, ovvero il nesso causale «evidente» che intercorre tra l'interrogatorio di Francesco Belsito e l'immediatamente successiva contestazione di reato ad Orsi. Non ci sono elementi che lascino presupporre la concretezza di tale «nesso causale», ma una volta gettato il sasso nel pozzo la suggestione e la manipolazione faranno il resto. Quello che è evidente è, come scrivono Chiocci e Malpica sul Giornale, «il commissariamento di fatto di Finmeccanica ad opera della magistratura», con la decapitazione di Guarguaglini prima per l'affare ENAV (altra faccenda tutta da chiarire) e il probabile decollamento di Orsi oggi.

Il punto fondamentale, che ci riguarda tutti da vicino è uno ed uno solo: se riscontri oggettivi per i reati contestati esistono è giusto che la magistratura faccia, con la discrezione che il diritto richiede (una discrezione tutt'altro che usuale, purtroppo...), il proprio dovere. Ma se tali riscontri sono riconducibili in via pressoché esclusiva alle «rivelazioni» di certi testimoni risulterebbe evidente la temerarietà di una azione giudiziaria non solo inutile, ma devastante per quanto riguarda la nostra realtà economica e produttiva, con conseguenze disastrose sia a breve che a lungo termine. In un ipotesi di questo genere, la politica e la «tecnica» avrebbero il dovere sacrosanto ed ineludibile di ergersi a difesa tetragona di Finmeccanica, mettendo da parte paure, dubbi e tentennamenti: ne andrebbe della salvezza dell'Italia.




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Commenti (1)
1. 10-05-2012 19:36
Finalmente
Finalmente un commento degno di nota, grazie.
Scritto da The Duck

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