Lunedì mattina alle 8.15 Roberto Adinolfi, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, è stato gambizzato da un uomo non identificato fuggito poi su uno scooter guidato da un complice. Le modalità dell'attentato e l'arma utilizzata, una pistola Tokarev calibro 7,62 in uso presso le forze militari dell'Europa dell'Est, fanno pensare con preoccupante probabilità ad una matrice brigatista.
Anche la scelta del bersaglio fa pensare, purtroppo, ad un rilancio della strategia della tensione: Adinolfi, infatti, pur essendo dirigente di alto livello del gruppo Ansaldo non è soggetto sovraesposto dal punto di vista mediatico, così come non lo erano, per esempio, i compianti Marco Biagi e Massimo d'Antona, uccisi dalle Brigate Rosse.
Assassinii dall'alta valenza simbolica, quindi, esattamente come l'attentato di stamattina, ai danni di un esponente di quella realtà industriale, l'Ansaldo appunto, che fu il primo obiettivo dei brigatisti quarant'anni or sono.
Troppe coincidenze per poter pensare ad un fatto isolato opera di uno squilibrato o alla fumosa ed evanescente «pista anarco-insurrezionalista", considerando anche il fatto che un aggressione di questo tipo presuppone una attenta ed approfondita preparazione logistica.
Gli attentatori sono andati a colpo sicuro ed hanno dimostrato di possedere un addestramento non comune, sia nella preparazione dell'attentato, sia nell'esecuzione del medesimo e nella successiva fuga.
Grazie a Dio Adinolfi è stato prontamente soccorso (era in compagnia del figlio) e immediatamente operato all'ospedale San Martino. Ad ora non risulta che il ferimento comporti lesioni fisiche permanenti e i medici sono ottimisti riguardo al suo pieno recupero.
Ma ci sono due ferite che non si possono rimarginare: la prima è quella psicologica subita dalla vittima, la quale, cresciuta professionalmente in Ansaldo, mai avrebbe pensato di diventare un bersaglio simbolico: come ogni mattina si stava recando al lavoro per occuparsi di questioni prettamente tecniche e non politiche. Eppure Adinolfi è stato fatto oggetto di un abominevole attacco predatorio e premeditato: inerme, incapace di difendersi da una violenza assolutamente imprevedibile ed inaspettata.
Una violenza che non ha mirato a colpire l'uomo, quanto più il simbolo che egli rappresenta.
Una violenza che ha riaperto la seconda, profondissima ferita che per comodità e autorassicurazione pensavamo ormai cicatrizzata senza che avesse lasciato traccia: la ferita che ha sfregiato ieri come sfregia oggi una città intera.
Questa Genova che è stata, forse più di ogni altra città d'Italia, l'altare cruento sul quale sono state immolate innumerevoli vittime durante gli anni di piombo: attentati, omicidi, rapine tutti legati dalla comune matrice politica. Una lista di vittime innocenti troppo lunga per essere qui citata per intero.
Una città, Genova, che con tutta evidenza ha fornito l'humus necessario per far germogliare e crescere i semi avvelenati da cui sono sbocciati i fiori del male.
Perché troppo spesso la paura, l'opportunismo, la contradditorietà intrinseca ad una classe medioborghese che conciliava con nonchalance assoluta gli scritti di Lenin con l'annuario dello Yacht Club ha generato una sorta di narcosi morale, di timorosa indifferenza, di colpevole insipienza.
Una città che troppo in fretta ha voluto dimenticare il martirio di uomini come Francesco Coco o Guido Rossa: perché, al fondo, si è vergognata di averli lasciati soli, di non averli difesi come e quanto avrebbe potuto, di essersi voltata dall'altra parte pur di non vedere.
Una città nella quale ancora oggi non sappiamo (perché non vogliamo sapere) quante siano le cellule dormienti, gli spalleggiatori, i reclutatori pronti ad entrare in azione di fatto inosservati.
Oggi, di fronte al vile attentato contro un uomo la cui sola colpa è quella di essere un dirigente d'azienda, sarebbe il caso che Genova tutta, cittadini e istituzioni, cogliesse l'occasione per un doveroso riscatto che emendi finalmente i peccati del passato, che richiuda per davvero questa ferita ancora aperta e che ciclicamente torna ancora a sanguinare...
Condividi questo articolo
|