freccia_long
Numero 485
del 17/07/2012
Una risposta al rigorismo senza crescita della Merkel PDF Stampa E-mail
! di F.N.
@ragionpolitica.it
  
mercoledì 09 maggio 2012

Il Pdl ha dovuto combattere una battaglia impari dall'esito quasi scontato e, nei limiti di quanto era possibile, ha combattuto bene salvando comunque l'onore delle armi. Ma non era legittimo aspettarsi un risultato diverso, per svariate ragioni. In primo luogo il processo di ricostruzione interno al partito conseguente alla caduta del Governo Berlusconi, un processo complesso e faticoso che per forza di cose ha dovuto e deve tuttora riguardare la proposizione di contenuti politici credibili e spendibili sul piano nazionale, a scapito, come è ovvio, dell'impegno diuturno necessario a sfondare nelle singole realtà territoriali oggetto di contesa amministrativa. Delle due l'una: o Angelino Alfano sceglieva di impiegare il massimo dello sforzo esprimibile in questa tornata elettorale, oppure, come più responsabilmente ha fatto (nei confronti del suo elettorato potenziale: non di Monti), impiegava tali energie per vigilare attivamente ed in maniera propositiva sull'operato del governo attualmente in carica.

Impegnarsi su entrambi i fronti, con un processo di transizione interna non facile in corso, era semplicemente impossibile: Alfano ha fatto ciò che la politica impone, ovvero ha operato una scelta. Una scelta non facile. Ha cioè fatto, con coraggio e spirito di sacrificio, quello che Bersani si ostina a non fare: ovvero decidere. Una scelta responsabile, dicevamo, ma anche una scommessa audace: il Pdl è l'unica forza politica che ad oggi ha proposto modifiche ed integrazioni determinanti sull'operato di Mario Monti, dalla rateizzazione dell'IMU allo stop sull'aumento dell'IVA, passando per l'imposizione di una revisione della flessibilità in entrata per quanto riguarda la riforma Fornero. Senza dimenticare l'ipotesi di un disegno legge mirante alla compensazione tra debiti di imposta e crediti verso la PA per le nostre imprese.

Certo, argomenti che poca presa possono fare sull'elettorato chiamato ad eleggere sindaci ed amministratori locali, un contesto dove, come è ovvio e legittimo, la personalizzazione intrinseca alla campagna elettorale subentra alla visione politica di insieme, ma che già nel medio periodo e, soprattutto, nella prospettiva delle elezioni politiche rivestiranno potenzialmente un ruolo fondamentale. Perché è in quel contesto e non in altro che si scriminano le forze politiche capaci di individuare ed incarnare una visione politica di insieme organica, credibile, efficace da quelle che, nonostante l'acqua passata sotto i ponti sia tanta, puntano tutto sull'ambiguità, sull'antagonismo o sulle battaglie cosiddette «civili». Certo, si tratta di una scommessa e non di una certezza, sulla quale Alfano non ha esitato ad impegnarsi in prima persona, assumendosene piena responsabilità, conciliando il suo ruolo di Segretario Nazionale (e quindi di rappresentante di milioni di cittadini) con le oggettive esigenze di stabilità del Paese, senza che queste ultime si traducessero tuttavia in totale libero arbitrio per Mario Monti. In secondo luogo è altrettanto evidente l'impossibilità di ricostituire in meno di sei mesi la piena capacità «bellica» di un partito che è nato e si è sviluppato in vent'anni attorno alla persona di Silvio Berlusconi ed al suo straordinario carisma: un «inopinatum» che non ha precedenti o confronti nella nostra storia repubblicana. In terzo luogo, visto che tutti i commentatori si dilettano nell'attribuire un significato politico nazionale alle elezioni amministrative, non ci si sottrae a questa prassi, rilanciando: l'altissima percentuale di astenuti e l'innegabile exploit del Movimento 5 Stelle, che è oggi un soggetto politico a tutti gli effetti checché ne dica il Presidente della Repubblica, fornisce un segnale ben preciso alla classe politica, indipendentemente dal colore. Un segnale che possiamo tradurre superficialmente con una slogan: basta tasse. Ma al di sotto della superficie, cosa leggiamo? Semplice: l'equazione si sviluppa nei termini Merkel=UE=BCE=Monti.

Sono infatti perfettamente assimilabili e legate da un comune filo conduttore, mutatis mutandis, le risposte politiche (stavolta si) che tutti i paesi europei chiamati ad una qualunque tornata elettorale, sia essa stata nazionale e/o amministrativa, hanno dato: Francia, Grecia, Italia (e prima ancora Spagna e Olanda) hanno reagito, ciascuna secondo la misura dei quesiti elettorali specifici, contro un nemico comune, ovvero la politica rigorista e sostanzialmente autocratica di Angela Merkel, la quale, visto la mezza debacle in Schleschwig /Hollstein che muta completamente l'assetto della «Koalition» nel land, comincia a stufare pure i tedeschi. Analizzando il quadro di insieme, quindi, più che a isolate vittorie e sconfitte locali esiste fuori da ogni dubbio una profonda e radicata insofferenza nei confronti dell'Unione Europea, la cui azione supinamente teutonica viene completamente sconfessata. E con le imminenti elezioni legislative in Francia (il cui neoeletto Presidente Hollande è l'incubo attualmente peggiore per la cancelliera tedesca), che si terranno il 10 giugno, è altamente probabile che tale insofferenza superi, e di parecchio, il livello di guardia. Proprio a questo proposito si può sviluppare un parallelismo non peregrino con la situazione francese: Nicolàs Sarkozy ha gettato la spugna. Non solo perché ha perso le presidenziali, ma anche perché ha lasciato ogni incarico politico all'interno dell'UMP, senza aver designato alcun «delfino»: il partito gollista si trova così ad essere oggi praticamente acefalo, a fronte di una Marine Le Pen e del suo Fronte Nazionale che pesa più del 20%.

E'assai probabile pertanto che proprio nella prospettiva delle elezioni di giugno la Le Pen non solo metta significativamente a frutto il suo capitale politico, moltiplicando i consensi per il FN, ma che si candidi, in absentia regis, a diventare il vero punto di riferimento per la destra francese e, magari, pure per quei moderati che non hanno apprezzato la scelta di Bayrou di appoggiare Hollande. Ben diversa è la situazione italiana, nella quale unici referenti concreti e propositivi per il Centro-destra, nelle sue molteplici sfaccettature, restano Angelino Alfano e il Pdl, laddove a sinistra una leadership unitaria risulta tuttora (e da lunghissimo tempo...) come non pervenuta. E quanti vanno ancora a caccia di improbabili liasons con gli inconoscibili «moderati» o mirano a realizzare costrutti pseudopolitici in provetta destinati al fallimento se ne facciano una ragione. 




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