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Numero 527
del 14/07/2013
La Merkel perde consenso anche in Germania PDF Stampa E-mail
! di Marco Respinti
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martedì 15 maggio 2012

Gli elettori bocciano Angela Merkel. La vittoria di SPD e Verdi nelle consultazioni svoltesi in Nord Reno-Westfalia non lascia dubbi sul giudizio che i tedeschi danno oggi della linea di condotta seguita da mesi della cancelliera forse più di legno che di ferro, tanto che forse già si profila una battaglia all’ultimo sangue per la conquista di Berlino fra lei e la vicepresidente dei socialdemocratici, Hannelore Kraft. Del resto, non è il primo pesante ridimensionamento politico subito dalla Merkel in tempi recenti.

Ora, il collegamento con l’altrettanto recente sconfitta subita da Nicholas Sarkozy in Francia è ovvio ed evidente. A perdere è stata infatti la loro idea di Europa, sconfitta dai cittadini europei: un’idea, quella di Merkel e Sarkozy, che oggi ha il truce volto del cosiddetto «rigore”, cioè tasse e sovrattasse. Si dà il caso, però, che il «rigore” di Merkel e Sarkozy sia la ricetta imposta al Vecchio Continente da Bruxelles. Ma allora ciò significa che, per via tedesca e francese, a venire bocciata dagli europei è proprio l’Unione Europea. Esiste un’alternativa? Forse. Che la Merkel e Sarkozy abbiano infatti incarnato una precisa idea di Europa, forse pensata a velocità diverse ma certamente fondata sull’idea che la locomotiva franco-tedesca potesse fare da sé sopra la pelle degli altri, è il tema di cui si discute da mesi. E che quella loro idea sia stata a torto o a ragione venduta da Parigi e da Berlino sui mercati mondiali come il «volere degli dèi” bruxellesi è un fatto.

Ma l’altra grande verità del recente passato è che accanto a questo progetto – cioè non automaticamente contro – ve n’è un altro: l’ipotesi di un’Europa più ampia e concertata, addirittura occidentale, seguita da Mario Monti. Certo, si fa fatica, per ora, a scorgere la differenza: ma che le due linee proprio non coincidano è palese. Né sono mancate le occasioni per rendere pubblica questa divergenza. In cosa consiste la differenza? Anzitutto, e non è poco, nel fatto che il «rigore” di Merkel e Sarkozy è funzionale solo a interessi nazionali (che fatalmente sarebbe poi stati destinati a scontrarsi) di logica biecamente novecentesca, appena celati dietro il bon ton, la retorica di rito, l’europeismo a parole, mentre quello di Monti ha almeno il vantaggio di aspirare a un supermento in sé virtuoso di quelle stesse politiche logore che per un secolo abbondante hanno prodotto esclusivamente guerre caldissime, guerre fredde, guerre tiepidamente mascherate e paci sempre armate quanto costantemente male in arnese.

Il supertassato contribuente italiano dirà certamente, e giustamente, che è una magra consolazione quella che lo differenzia dal supertassato contribuente tedesco e francese, ma qui subentra subito la seconda, più importante differenza. Meglio: potrebbe entrarci. Il «rigore” di Bruxelles, Parigi e Berlino, si dice, è ciò che serve dopo decenni di lassismo. Ma è proprio vero che l’unica alternativa possibile sta tra il lassismo (ammesso e non concesso sia davvero stato lassismo) e la durezza spietata con cui si fanno pagare i debiti a chi non li ha contratti sotto forma d’imposte oltre giustizia e sopportabilità? No, non è vero. Per prima cosa, infatti, se di rigore c’è bisogno, esso dev’essere funzionale al tamponamento delle perdite; e questo significa arginare la spesa pubblica imponendo un dimagrimento drastico allo Stato e ai suoi apparati, non certo aumentare indiscriminatamente la pressione fiscale. Ogni buon conto di economia domestica (e ogni economia, che è la «regola della casa”, è per definizione domestica) dice infatti che, se i soldi non bastano, la prima cosa da fare è ridurre subito il tenore di vita, cioè le spese: quale mamma metterebbe mano al salvadanaio dei propri pargoli onde pagare le bollette di luce e gas solo per non rinunciare al lusso di cambiare scarpe ogni dì?

In secondo luogo, l’unico modo che la storia abbia mai conosciuto per fuoriuscire dalla recessione è quello d’investire tanto e subito: in ricerca, sviluppo, tecnologia, formazione, posti di lavoro generabili dall’accresciuta capacità di coloro cui il lavoro serve (le imprese) di destinare denari allo scopo, denari salvati dalla rapina di una tassazione esagerata. Ebbene, se il dio di Bruxelles ha vaticinato solo tasse e imposte per bocca dei suoi profeti Merkel e Sarkozy, in Italia Monti ha la concreta possibilità storica di uscire dalle strette della Scilla del «rigore” e della Cariddi del presunto lassismo, liberando risorse per il rilancio. Cioè abbassando le tasse. Come fece Ronald Reagan nel 1981. Monti ne ha l’occasione storica perché ancora non lo sta facendo, ma potrebbe farlo. Il suo respiro occidentale, che contiene anche la volontà sincera di un dialogo con gli Stati Uniti d’America, potrebbe essere di buon auspicio. Per certo, a Monti non resta molto tempo.

Quanto ancora può essere infatti disposto a sopportare il tartassato contribuente italiano se la differenza che separa Monti da Merkel e Sarkozy egli fatica ancora a vederla? Delle due infatti l’una. O Monti – cioè i partiti che ne sostengono il governo – finirà come Merkel e Sarkozy, oppure il premier italiano saprà giocare da Reagan redivivo. A dirla tutta, va ricordato che certamente l’inizio di Monti non è stato tra i più brillanti, ma ora il tempo stringe più che mai, come hanno ricordato bene le elezioni amministrative italiane. Il mandato però è obbligato: superare le logiche grevi e senza sbocco di Bruxelles che sono costate la testa a Sarkozy e che stanno per travolgere pure la Merkel, e farlo in tempo. Perché un paradosso colossale si sta profilando all’orizzonte.

Il neogollista Sarkozy cui avevamo a suo tempo creduto in molti (l’uomo che ben meritamente parlò di superare il «Maggio francese”, che persino iniziò ad avanzare qualche dubbio sul «mito di fondazione”, la Rivoluzione Francese) è crollato sotto il peso della propria grandeur prima sulle sabbie di Libia e ora all’Eliseo, e ha regalato il Paese alla Sinistra. L’erede dei grandi democratico-cristiani tedeschi che hanno meritamente riunificato la Germania, mettendo fine a uno sconcio storico durato sin troppe lune, e che prima ancora furono padri di un’idea di Europa che non ha mai conquistato il cuore di chi qui scrive ma che per certo aveva una dignità incommensurabile rispetto alle manovrine di oggi, perde confronto dopo confronto e consegna il Paese alle Sinistre. E la povera Grecia, fanalino di coda e causa di ogni sciagura europea, additata da Parigi e da Berlino come la bestia nera ed evitata da Bruxelles che non la vuole più in società, non riesce a darsi un governo, preludendo a elezioni che certamente vinceranno le Sinistre.

Il paradosso che avevo promesso qui sopra? Le forze politico-culturali del dirigismo, della spesa pubblica e delle «tasse sono belle” sembrano essere oggi le uniche a cavalcare con successo la protesta antieuropeista, combattendo la buona battaglia della riduzione fiscale. Ovviamente non è vero, ma nel frattempo riescono ad abbindolare milioni di elettori. All’Italia è concesso ancora un tempo supplementare per non ripetere questo madornale errore, Orsù, dunque: da domani, ritrattini alla parete di Merkel, Sarkozy e parlamento greco, e fervorino al mattino di far di tutto durante la giornata tranne che come han fatto quelli.




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