Parallelamente allo scenario greco i convinti sostenitori della «tekné» evocano, con preoccupato cipiglio, la crisi del 1929 come più che possibile sbocco per il nostro Paese qualora si diverga, anche solo di un millimetro, dalle compressive indicazioni «suggerite» dalla Ce.
I sacerdoti della tecnica dimenticano, con tutta evidenza, che la crisi del '29 non fu indotta da contingenze materiali, quanto più, e in via esclusiva, da scelte precise di carattere finanziario. Ovvero da scelte «tecniche». Quanto operate in buona fede e quanto no, non è ancora oggi dato di saperlo.
In definitiva le condizioni dell'economia reale erano esattamente le stesse del 1928. Semplicemente la bolla speculativa azionaria, ovvero l'eccesso di prestiti emessi a fini speculativi (margin) destò preoccupazione nei vertici della Federal Reserve (banca federale creata nel 1913), i quali operarono una scelta tecnica (e non politica) devastante: esigere l'immediato rientro dei propri crediti a danno dei piccoli e medi investitori. Emile Moreau, Governatore della Banca di Francia, all'epoca sintetizzò così la situazione:«Le banche avevano ritirato imporvvisamente dal mercato 18.000 milioni di Dollari, cancellando le aperture di credito ed esigendone la restituzione».
Nel volgere di un batter di ciglia il sistema economico americano venne sfasciato dalle fondamenta: fallimenti a catena e quasi trenta milioni di disoccupati che nessuno sapeva come gestire. Una situazione critica le cui conseguenze negative si ripercossero in tutto il mondo.
Al di là del tentativo di rappezzamento operato da John Maynard Keynes, che prevedeva massicci interventi statali (spesa pubblica, quindi) per contenere gli effetti nefasti prodotti dalla tecnica, gli Stati Uniti ci misero dieci anni buoni per riprendersi.
Quali attinenze, quindi, ammesso che ci siano, con la situazione odierna del nostro Paese?
Nessuna per quanto riguarda gli esiti, possiamo affermare senza tema di smentita: è inimmaginabile che oggi, vista la ridondanza e la ramificazione degli strumenti di controllo bancario e assodata la sostanziale inconsistenza dell'accesso al credito da parte di privati e aziende, si possano produrre conseguenze paragonabili a quelle del '29.
Diverso discorso si può però fare sui presupposti, nei quali sono riscontrabili similitudini preoccupanti: come scrive Stefano Filippi de «Il Giornale», è la finanza l'orizzonte del premier. Non l'economia reale. Allo stesso modo in cui la finanza, contrapposta alla percezione corretta dell'economia reale, fu l'orizzonte dei burocrati della Federal Reserve nel 1929.
La «virtualità» attuale del cosiddetto «Decreto sviluppo», come ben sottolineata dal Segretario Nazionale del Pdl Angelino Alfano è una delle punte dell'iceberg che denotano l'approccio finanziario (e non «economico») di Mario Monti: degli 80 miliardi di euro apparentemente destinati alla mitizzata «crescita», solo uno è effettivamente reale, liquido e spendibile. E gli altri 79? «Sono virtuali. Forse si attiveranno se tutto va bene», ha dichiarato Alfano. «Già dalla prossima settimana», ha proseguito, «proposte per la crescita da offrire al Paese per rafforzare e migliorare il contenuto del DL».
Ma c'è di più: leggendo il contenuto provvisosorio del decreto, ci si rende conto che le detrazioni Irpef per ristrutturazioni immobiliari e riqualificazione energetica vengono si estese, ma secondo una logica così nebulosa ed oscuro da richiedere uno stuolo di preparati commercialisti per essere correttamente interpretate e, di conseguenze, fruite.
Percentuali e ratei annuali di liquidazione si rincorrono mordendosi la coda, insieme con l'anzianità anagrafica dell'eventuale «beneficiato» che, a seconda dell'età, vedrà liquidato il bonus in dieci, cinque o tre anni.
Le detrazioni riguardano inoltre le ristrutturazioni «straordinarie», ovvero quelle destinate a variare la superficie effettiva dell'immobile, con l'onere accessorio, quindi, di provvedere alla denuncia di variazione all'ufficio del catasto. Per usufruire della tanto sospirata detrazione sarà inoltre necessario pagare i lavori esclusivamente tramite bonifico bancario, da includere poi alla domanda di detrazione.
Giulio Andreotti sosteneva che «A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca»: l'impressione preliminare è che il nuovo regime di detrazioni sia stato appositamente redatto per disincentivare le richieste, agevolando al contempo la eventuale revisione del «censimento» del richiedente da parte di catasto ed agenzia delle entrate. Una specie di maxi studio di settore mascherato da «detrazione». Una «forca caudina», insomma.
Tecnica allo stato puro, quindi. Nè politica, nè economia.
Spennellate di belletto che non sono certamente sufficienti a nascondere la decrepitezza di un approccio che prevede, in sostanza, la spremitura sistematica di quel che resta della nostra classe media.
E' oggi quindi ancora più necessario ed impellente che la politica svolga il proprio ruolo di vigilanza attiva, riacquisendo giorno dopo giorno il proprio primato: perché le esigenze del Paese reale (non virtuale, non finanziario) richiedono uno sforzo ragionevolmente creativo che l'Esecutivo tecnico fatica a soddisfare, mentre il qualunquismo anticasta contiuna a fomentare l'antipolitica.
Condividi questo articolo
|