ll day-after delle nuove elezioni in Grecia, a distanza di un solo mese dall'ultimo rinnovo del Parlamento del 6 maggio, è tutto un proliferare di dichiarazioni di soddisfazione da parte dei leader europei e del G20, che non nascondono il loro sollievo per la vittoria, pur di misura, delle forze politiche pro-euro. I conservatori di Nuova Democrazia hanno ottenuto il 29,7% dei consensi e grazie al premio di maggioranza di 50 seggi, assegnato al primo partito, arrivano a 129 seggi. Insieme ai 33 seggi dei socialisti del Pasok, si potrebbe mettere insieme una maggioranza di 162 seggi su 300, sufficiente per governare, sebbene politicamente non forte, né sui numeri, né nella sostanza politica.
Se è vero, infatti, che Nd e Pasok sono gli unici due partiti pro-Memorandum, è indubbio che le due formazioni non abbiano granché in comune sull'obiettivo del risanamento fiscale e delle politiche sulla crescita, trattandosi di due rivali storici, che si alternano in un clima di perfetto bipartitismo sin dal 1974, anno della fine del regime dei colonnelli.
In tarda serata, poi, il segretario socialista, Evangelos Venizelos, ha commentato il risultati del voto, disastroso per il Pasok (passa dal 43% del 2009 al 12,8% di ieri), sostenendo di essere favorevole a entrare in un governo di grande coalizione con il futuro premier Antonis Samaras, ma a condizione che ne faccia parte anche Syriza, la sinistra radicale, passata dal 6-7% di un anno fa al 26,9% di ieri sera.
La dichiarazione di Venizelos ha contribuito lunedì a deprimere le borse europee, che nonostante la vittoria dei conservatori, hanno chiuso in calo, con lo spread tra BTp e Bund tedeschi in risalita a 464 punti base sul decennale. Perché questo pessimismo dei mercati? La questione è semplice: i partiti pro-euro hanno vinto, ma non esiste una vera maggioranza politica, bensì solo numerica. Non solo. Lo scetticismo sulla possibilità di attuare entro i tempi stabiliti le misure di risanamento imposte dalla Troika (Ue, BCe e Fmi) è altissimo.
Entro un mese, il nuovo esecutivo dovrà reperire altri 11,5 miliardi, pari al 5% del pil, tra tagli e/o aumenti di imposte, in un clima sociale che si annuncia torrido e di fortissimo scontro.
In sostanza, c'è il rischio che quella di ieri sia solo un'ubriacatura temporanea, destinata a scontrarsi con la realtà, tanto che già da alcune ore si parla della possibilità che il governo nascente proponga agli elettori un referendum sul Memorandum, che sarebbe un vero e proprio schiaffo all'Europa e a chi ha creduto a un nuovo corso di Atene.
La fragilità del nuovo governo sarà tutta a sinistra. I socialisti, crollati a poco più di un quarto dei consensi ottenuti solo due anni e mezzo fa, non avranno la forza e la volontà politica di attuare fino in fondo il contenuto del Memorandum, perché rischiano la scomparsa vera e propria dall'alveo parlamentare, con ulteriore fuga di consensi verso Syriza e Dimar, i due partiti più accreditati della sinistra ellenica.
Il leader di Syriza, Alex Tsipras, ha fatto sapere immediatamente dopo il voto, che non intende fare parte della maggioranza, ma andrà fieramente all'opposizione. Il suo exploit può essere considerato molto simile a quello che sta avendo tra l'opinione pubblica italiana il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e rappresenta un elemento di instabilità della politica ateniese, costretta a fare i conti con una compagine parlamentare del tutto modificata e ben più articolata di quella che si è avuta in quasi 40 anni di democrazia.
Ma a questo punto, quale sarà lo scenario più probabile che attende la Grecia e l'Europa intera? Sono in corso forti pressioni sulla Germania, affinché ceda su qualcuno dei punti oggetto delle richieste di Atene. In particolare, si punta all'ammorbidimento della posizione di Berlino sui tempi del risanamento, che potrebbero essere allungati, in modo da consentire ai greci di assumere misure più graduali, a minore discapito della crescita. Difficile, invece, che i tedeschi e la Ue cedano su altri punti, come l'introduzione di una maggiore flessibilità nel mondo del lavoro, delle liberalizzazioni, delle privatizzazioni e sulla rimozione dei salari minimi nel settore privato, così come sul dimagrimento del numero degli impiegati pubblici.
Il problema è tutto qua.
La Grecia è un'economia, frutto di incrostazioni clientelari e corporative, che difficilmente consentiranno a chicchessia di riformare l'apparato dello Stato. Le élite culturali e burocratiche del Paese provengono tutte dalle fila del Pasok, che ha plasmato le istituzioni inefficienti elleniche a sua immagine e somiglianza, negli ultimi decenni.
Tempo per tentennamenti o per trattative anche serrate con la UE non ce n'è.
Il governo uscente ribadisce da settimane di avere in cassa solo due miliardi, sufficienti a coprire le spese per il solo mese di giugno. In mancanza di aiuti esterni, il nuovo governo dovrebbe dichiarare default da qui a un mese. Ma nuovi aiuti saranno erogati solo a patto che siano confermate le misure chieste a gran voce da Berlino, oltre che Bruxelles.
Per questo, i conservatori di Nuova Democrazia hanno tutt'altro che da festeggiare. Piazza Syntagma potrebbe essere nuovo teatro di scontri e tensioni altissime tra manifestanti e istituzioni, mentre il Paese vive il dramma di una disoccupazione al 24%, superando persino quella della Spagna, con un giovane su due senza un lavoro.
Se è vero che il 20% del pil è sommerso, quindi, non gravato da imposte, è anche indubbio che aumentare l'imposizione fiscale su quell'80% di ricchezza dichiarata sembra ormai un'utopia, vista la netta contrazione dei consumi, dovuta proprio in gran parte all'aumento della tassazione sui redditi e su beni e servizi.
Tutte queste considerazioni hanno pesato oggi in borsa, dopo una pur promettente apertura in positivo, che aveva fatto ben sperare.
Sullo sfondo resta poi la questione della politica europea e delle riforme, con la proposta che potrebbe essere avanzata a giorni da parte dei vertici della Ue sui cosiddetti «Eurobills», una versione modesta degli Eurobond, al fine di convincere i tedeschi ad accettare una qualche forma di gestione comune dei debiti sovrani. Ma si tratta di un'ipotesi così incolore, che non sembra stia suscitando convinte adesioni da parte di qualcuno, mentre resta il fermo «nein» del governo Merkel.
Per dirla tutta, ad elezioni concluse, non è cambiato granché ad Atene, così come altrove.
L'Europa è ancora alle prese con la ricerca di una posizione comune per superare la crisi, mentre i greci affrontano l'ultimo tentativo disperato di restare nell'Eurozona e di evitare il default. Se Samaras non dovesse riuscire ad invertire la tendenza entro pochissime settimane, l'addio all'euro sarebbe inevitabile e la bancarotta arriverebbe incontrollata e disordinata.
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