freccia_long
Numero 489
del 26/08/2012
Sulla legge elettorale la sinistra fa solo demagogia PDF Stampa E-mail
! di F.N.
@ragionpolitica.it
  
martedì 14 agosto 2012

Il Coordinatore Nazionale del Pdl Denis Verdini ha indicato quale sarà la linea guida che seguirà il partito nella prospettiva delle future elezioni. Nessuna ipotesi di «grande coalizione», nessuna ricerca spasmodica di alleanze impossibili o, peggio, malsicure, netta alternativa rispetto alla sinistra senza compromesso alcuno, alternativa fondata innanzitutto su un programma e non su bizantinismi e ambiguità demagogiche volte alla preservazione dello status quo anziché al rilancio economico dell'Italia.

Nessun velleitarismo, quindi, ma serietà e pragmatismo: le riforme istituzionali, tra cui la legge elettorale, sono necessarie, certamente, ma non possono essere demagogicamente strumentalizzate. Come quasi quotidianamente fa Pierluigi Bersani, il quale se da un lato non può apertamente dichiararsi contrario alle preferenze, regalando così altri punti bonus a Matteo Renzi, dall'altro lato è manifestatamente disposto a fare carte false per correre a votare col «porcellum» ancora in vigore. Listini blindati e collegi sicuri garantiti: unico escamotage che, a seguito dello smantellamento delle Province e dell'austerity imposta agli altri enti territoriali dal governo Monti, garantirebbe la sopravvivenza del segretario evitando al contempo la frantumazione del Pd. Altro punto caldo riguarda il ruolo dei partiti: per il direttivo del Pdl essi si pongono come filtro tra elettori ed eletti, tra cittadino e istituzioni. Ruolo che non può essere cancellato o sminuito: pretenderlo, come in maniera assolutamente incoerente fa, ad esempio, Beppe Grillo, significa voler truffare l'elettore. Raccontargli frottole, insomma, al mero fine di vellicare l'insofferenza e l'indignazione, pure legittime magari, che quest'ultimo ha sviluppato nei confronti del sistema politico.

Non si capisce, al contrario, quale ruolo e quale funzione attribuisca Bersani ai partiti in generale e al suo nello specifico: anziché esprimere chiaramente una linea che preveda o la conservazione o il rinnovamento, il segretario Bersani gioca col fuoco e con le parole, producendosi in aforismi nebulosi che possiamo riassumere in «meno partito, più gente» (da Berlusconi in avanti la parola «popolo» è stata bandita dal vocabolario della sinistra...), oppure «meno partito, più partecipazone». Locuzioni che non significano nulla, e che valgono poco anche come semplici slogan.

Bersani finge di dimenticare di essere il leader del partito dotato del più colossale e ramificato apparato di tutta Europa: fa come il lupo che si traveste da agnello per imbonire il gregge. Onestà e serietà impongono di giocare secondo regole diverse rispetto alle dissimulazioni bersaniane così come alla pretesa autarchia che caratterizza il grande escluso Di Pietro, il quale un giorno si e l'altro no straccia e ricompone la famosa «foto di Vasto», o come l'apparente "battitore libero» Grillo, il cui movimento, ora che si è inevitabilmente politicizzato a seguito dei buoni risultati conseguiti alle amministrative, sta perdendo pezzi e consensi. Assenza di struttura coniugata a velleitarismo programmatico questo comportano. Sempre. Ma il fattore comune cui Verdini accenna che attraversa e caratterizza tutte le micro o macro crisi che affliggono le variegate sinistre (Udc compresa, che di centro conserva ormai solo il nome...) è uno solo e ben delineato: la possibile ridiscesa in campo di Berlusconi, magari in ticket con una donna dalla spiccata personalità politica. E' bastato questo per evidenziare, una volta di più, che la sinistra italiana non è assolutamente in grado di condurre il gioco, di trascinare il proprio eventuale avversario sul proprio campo e giocare la partita in casa, di essere, a causa della sua totale mancanza di coesione e compattezza (18 correnti nel solo PD...fate voi), forza realmente di governo. Può essere, questo si e la cosa non deve essere sottovalutata, forza di occupazione: l'impossibilità di far convergere le sue innumerevoli anime su un programma condiviso di riforme che siano concrete ed efficaci non impedisce, ovviamente, all'Armata Brancaleone momentanemante capeggiata da Bersani di acquisire ruoli chiave che garantiscano la sussistenza. E nulla di più. Una «alternativa» coscientemente immobilista che se da un lato preserverebbe, imbalsamato, il Partito Democratico, dall'altro condannerebbe il paese alla stagnazione nella migliore delle ipotesi.




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