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Numero 489
del 26/08/2012
Quando la sobrietà deve coniugarsi alla prudenza PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
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giovedì 09 agosto 2012

La comunicazione politica non è roba per matricole, questo si sa. Se escludiamo quei pochi, pochissimi soggetti dotati di un talento naturale, di un vero e proprio dono che ha consentito loro da un lato di entrare in immediata sintonia con gli eventuali interlocutori, siano essi simpatizzanti, avversari o giornalisti, e dall’altro, cosa fondamentale, di saper schivare magistralmente le inevitabili pallottole vaganti così come le premeditate trappole retoriche che, nel contesto della comunicazione politica, fanno parte delle regole del gioco, la maggior parte della classe politica, specialmente se di alto profilo, ricorre necessariamente ad uno staff di professionisti per gestire le relazioni con l’esterno, oggi vieppiù delicate vista la straordinaria velocità di trasmissione delle informazioni che le nuove tecnologie consentono. Giulio Cesare, Napoleone, Charles De Gaulle, Ronald Reagan (che era chiamato «il grande comunicatore», appunto), Margaret Thatcher, lo stesso Silvio Berlusconi e pochi altri hanno dimostrato di possedere questo dono naturale, essenziale ai fini del consolidamento del loro rispettivo ruolo politico e/o militare.

Storia patria insegna, in riferimento a poco più di una trentina di anni fa, che pur in assenza di internet, YouTube, e di smartphone intercettori la comunicazione veniva preso molto sul serio: basta pensare a due teste di serie della politica italiana, tanto diversi caratterialmente uno dall’altro quanto simbiotici e reciprocamente indispensabili l’uno all’altro nell’espletamento delle loro funzioni: Antonio Tatò ed Enrico Berlinguer. Tatò, gioviale, sanguigno, tutto strette di mano e pacche sulla spalla, fu il segretario personale e l’addetto stampa di Berlinguer, che era al contrario posato, austero, sofferentemene serio nel suo misurare e pesare ogni parola. Tatò fu la corazza impenetrabile di Berlinguer: inflessibile nell’esaminare (ed eventualmente censurare, espungendo ex autoritate le domande più scomode o irriverenti) le interviste che, obbligatoriamente, dovevano passare sulla sua scrivania prima di essere ieraticamente proposte al «grande capo». Il primo sapeva instaurare un rapporto umano/professionale con i giornalisti i quali, solo in virtù di questo, sopportavano il calvario dell’infinita anticamera e della blindatura totale della comunicazione a Via delle Botteghe Oscure, che in questi casi diveniva più simile alla Città Proibità cinese presso la quale ci si recava non a intervistare un leader politico quanto più a rendere omaggio all’Ultimo Imperatore. In definitiva Tatò suppliva, e in maniera efficacissima, ai deficit comunicativi del suo capo. Quello che un bravo addetto stampa dovrebbe fare, appunto.

Ora, tornando ai giorni nostri, ci sono elementi critici caratteristici dell’odierna comunicazione politica dai quali non si può prescindere, a pena di far la figura dei debuttanti allo sbaraglio. In primo luogo la stampa estera, specialmente europea, ha dimostrato e dimostra scarsissima simpatia nei confronti del nostro Paese. Persino le più triviali banalità che poco o punto hanno a che vedere con la realtà politico/economica dell’Italia divengono sistematicamente rampini cui appigliarsi per attaccare il nostro Paese: l’Italia perde ignominiosamente il campionato del mondo di calcio o gli europei? Ovvio: siamo un Paese di lavativi bravi solo a cantare canzonette. Patiamo una debacle olimpica non da poco nel nuoto? Naturale: viviamo al di sopra delle nostre possibilità e badiamo solo all’apparenza delle cose anziché alla concretezza, come severità luterana dovrebbe imporre. Doping e calcio-scommesse? Evidente: siamo un Paese di corrotti e truffatori. Ora, che questa attitudine volta a stigmatizzare il nostro amato Paese, riscontrabile da Bild Zeitung all’Economist sia determinata da un profondo complesso di inferiorità, poiché nonostante la perdurante crisi il nostro tenore di vita medio risulta ancora fuori parametro rispetto a quello di qualunque paese europeo, poco importa: sta di fatto che se già le bagattelle diventano in automatico spunto di dileggio, figuriamoci le faccende più serie e delicate, le quali impongono un attenzione ed una capacità di analisi critica del proprio locuto ben al di sopra dell’ordinario.

In secondo luogo, la stampa estera, specialmente inglese e tedesca, ha una caratteristica autodeterminata che è completamente sconosciuta nel nostro contesto giornalistico: in riferimento ai paesi esteri essa si pone, pur in assenza di qualsivoglia attribuzione ufficiale al riguardo, come «Kingmaker» o, meglio «Myth Creator», creatrice di miti. I casi Prodi e Zapatero bastano abbondantemente per evidenziare questa attitudine: per chi non è vissuto in Italia o Spagna durante i rispettivi mandati dei due premier, a leggere talune testate giornalistiche l’impressione indotta, quasi in risposta ad un riflesso pavloviano, sarebbe stata quella di avere di fronte due vere e proprie Bengodi, due Paesi dei balocchi, nei quali tutto funzionava alla perfezione, i cittadini erano ricchi, felici e «moderni», il tempo era sempre clemente e i treni arrivavano sempre in orario. Atteggiamento specularmente opposto, ca va sans dire, nei confronti di Aznar e Berlusconi. E situazioni socio-economiche altrettanto opposte rispetto a quanto descritto, ad onor del vero. Ma qui non interessa oggi rifare le pulci alla stampa estera, quanto più sottolineare che, così come quest’ultima è rapidissima nel costruire in provetta nuove rockstar, è ancor più rapida nel demolirle qualora queste sparino qualche gaffe di troppo. Inutile stare a sindacare sull’eventuale scorrettezza di un tale approccio giornalistico: questo è e con questo bisogna necessariamente fare i conti. Per questo, se da un lato non abbiamo difficoltà a riconoscere la sostanziale buona fede del premier Mario Monti, le cui dichiarazioni degli ultimi giorni sono certamente state decontestualizzate, tagliate e ricucite in risposta, probabilmente, ad un antiberlusconismo che, ormai defunto in Italia (o quasi…), emette ancora qualche rantolo di agonia oltralpe, dall’altro non possiamo che invitare a quella maggior prudenza che la situazione richiede il nostro Presidente del Consiglio, che della credibilità internazionale, della sobrietà e della indispensabile spendibilità della nostra immagine all’estero ha sempre fatto aperta professione.




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