Archiviata con successo la Convenzione Nazionale del Partito Repubblicano di Tampa, Florida, lunedì si è aperta a Charlotte, North Carolina, la Convenzione Nazionale del Partito Democratico. Ed è evidente la difficoltà in cui versa il presidente Barack Obama in cerca di conferme.
Ma non è una questione di sondaggi (lui e Mitt Romney sono praticamente ancora alla pari), quanto di consenso. La Sinistra, infatti ‒ cioè l’elettorato su cui il 6 novembre Obama deve per forza di cose puntare se vuole spuntarla su un Romney che, grazie all’apporto specifico del candidato alla vicepresidenza Paul Ryan, porta in dote il decisivo voto di ampi settori del mondo conservatore ‒, è assolutamente delusa dall’attuale inquilino della Casa Bianca.
Quattro anni fa, Obama usò una strategia specifica e vincente: puntò tutto sul «voto sentimentale» e sulla retorica del «primo presidente nero», e così facendo mantenne costante quel tanto di ambiguità sibillina che gli regalò un vantaggio incolmabile. Non fece proclami, non promise, usò slogan piuttosto vuoti, ma questo gli consentì di tenere nascosto ai più il proprio livore ideologico, senza del resto nemmeno offrire mai all’ala più estrema del suo elettorato alibi per chiamarsi fuori. Ai moderati insomma Obama appariva moderato, mentre agli occhi degli estremisti non faceva nulla che potesse escludere suoi futuri interventi governativi estremi. Piedi saldamente calzanti due scarpe sempre diverse, Obama vinse dunque le presidenziali del 2008, sbaragliando un incolore John McCain e portandosi seco circa 10 milioni di voti nuovi, ovvero gente che non aveva mai votato prima e che così ha fatto la differenza vera.
Ma l’idillio è durato ovviamente poco. Stare alla Casa Bianca non è come fare campagna elettorale. Arriva cioè il momento dell’azione, ed è lì che è cascato l’asino (notoriamente simbolo del Partito Democratico).
Politiche estremiste, Obama ne ha infatti varate eccome, ma con questo si è alienato i supporti più moderati. Mica pochi. Al contempo però, anche sul piano delle scelte più azzardate non si è mai spinto tanto in là quanto il suo elettorato più «arrabbiato» (e l’elettorato «arrabbiato» di uno che, come Obama, evoca spiriti davvero difficili da contenere è ben arduo da controllare) avrebbe sperato e oggi ancora ardentemente vuole. Per questo oggi la Convenzione Democratica si apre fra le proteste rumorose e minacciose del movimento «Occupy Wall Street» che marcia per le strade e un ex come Bill Clinton colto a dire che solo fino a poco tempo fa uno come Obama gli avrebbe solo portato i bagagli su in camera. Ora, tutti sanno che i bellmen in livrea degli hotel di lusso sono il 90% delle volte gente di colore, e che fino a non molto tempo fa erano in pratica tutti neri...
In due mesi Obama dovrà allora cercare di convincere milioni di elettori del fatto che lui, dal 2008 a oggi, avrebbe volentieri fatto di più, ma così non è stato per colpa del maltempo, che le sue ricette economiche non hanno affatto rallentato la disoccupazione per colpa degli alieni o che la grande finanza e l’industria tritasassi lui l’ha corteggiata solo perché lo incalzava il demonio in persona. E al contempo dovrà convincere i moderati che le sparate grossolane e volgari su religione, libertà, famiglia naturale e sesso fatte in quattro anni dal suo governo sono avvenute a sua totale insaputa, e che se lui c’era però dormiva. Prevedibile dunque un certo flop.
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