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Numero 492
del 12/09/2012
L'illusione di Condy Rice vicepresidente PDF Stampa E-mail
! di Cristiano Bosco
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sabato 14 luglio 2012

Tutto ha avuto origine a Park City, nello Stato dello Utah, una cittadina di poco più di settemila anime che dista circa 50 chilometri dalla ben più nota Salt Lake City, in cui, lo scorso giugno, Condoleezza Rice, ex segretario di Stato della Casa Bianca guidata da George W. Bush, è intervenuta in favore del candidato repubblicano alla presidenza Mitt Romney, nel corso di un evento di fundraising, davanti ad un pubblico di potenziali donatori. Un aggressivo discorso anti-Obama ed in favore del partito repubblicano, molto apprezzato dai presenti e dal mondo conservatore, in cui la Rice, attualmente impiegata come docente all'Università di Stanford, è riuscita a scaldare gli elettori (a pensare male, l'esatto opposto di quanto accade con Romney): «Per tutti noi è tempo, in tutti i modi possibili, di mobilitarci, di unire le nostre forze, e di prendere d'assalto Washington, D.C.», sono le parole conclusive con cui la Rice ha infuocato la folla.

Da quel giorno in avanti, come prevedibile, si sono rincorse ed hanno acquisito sempre maggior peso le voci riguardanti una eventuale «discesa in campo» di Condi nella campagna elettorale per le presidenziali 2012, in veste possibile vice di Mitt Romney nel ticket per la Casa Bianca. Una prospettiva del tutto campata per aria, al momento senza alcun riscontro con la realtà, ma che fa sognare molti. Oltre ad offrire uno straordinario potenziale mediatico, per il suo essere donna (come la Clinton) ed afroamericana (come Obama), l'eventuale (improbabile) candidatura di Condoleezza Rice a vicepresidente degli Stati Uniti contribuirebbe a ravvivare la – finora debole – campagna elettorale dell'ex governatore del Massachusetts Romney, un candidato dimostratosi incapace di galvanizzare l'elettorato conservatore.

Inoltre, come è facile prevedere, e come hanno fatto notare alcuni osservatori d'oltreoceano in questi giorni, in qualità di ex segretario di Stato, la Rice non correrebbe il rischio di inciampare in brutte figure in materia di politica estera (come invece accadde a Sarah Palin, vice di McCain, nel 2008), potrebbe aiutare il GOP con l'elettorato femminile, nonché, «come afro-americana», per usare le parole di Michael D. Shear sul New York Times, «portare diversità ad un ticket che cerca di estromettere il primo presidente di colore della nazione». Certo, non sarebbero tutte rose e fiori, dal momento che le posizioni della Rice sull'aborto (è dichiaratamente pro-choice) e sull'Iraq, ma soprattutto lo spettro della presidenza Bush, ancora oggi agitato dai democratici, potrebbero creare qualche problema.

Tuttavia, in generale, la presenza sulla scena della esperta sovietologa sarebbe un colpo con più aspetti positivi che negativi. Quasi la scelta perfetta, perché, come ha notato Mattia Ferraresi su Il Foglio, lei «è il complementare di Romney»: lui bianco, lei nera; lui del nord, lei del sud. Peccato, però, che tutte queste considerazioni siano, al momento, basate sul nulla. Anzi, è quasi certo che, nonostante il rumore generatosi nei giorni scorsi, i titoloni del conservatore DrudgeReport che la davano come favorita per il ruolo di «VP», i commenti favorevoli di Bill Kristol, di Sarah Palin (forse non un bonus, per la Rice) e della stessa moglie di Romney, l'eventualità non si verifichi. Ad affermarlo è la stessa Condi: «Non c'è nessuna possibilità che io lo faccia», ha dichiarato ad ABC News, «conosco le mie forze, ed il Governatore Romney ha bisogno di trovare qualcuno che voglia correre con lui». Parole secche e piuttosto inequivocabili per un politico, figuriamoci per un «tecnico» come è lei, selezionata per il governo Bush per le sue qualità e mai – proprio mai – presentatasi come candidata ad alcuna elezione. «Non mi candidai per diventare presidente del consiglio degli studenti. Non mi vedo in alcun ruolo eletto», ha spiegato alla CBS. «Amo la policy, non sono molto interessata di politics», utilizzando due significati indistinguibili in italiano, facendo riferimento alla fondamentale differenza concettuale tra la politica pubblica, «reale», rispetto a quella che dipende da rapporti di forza tra partiti e personalità politiche. Niente di concreto, insomma.

Nonostante l'innamoramento generale per la notizia, l'idea di Condoleezza Rice come vice di Mitt Romney era – anzi è, tuttora – un diversivo, se non un trial balloon, per dirla alla francese un ballon d'essai, il quale, come appunto un palloncino, ha durata breve, effimera, e può servire per saggiare la reazione dell'opinione pubblica. Ma la notizia, e con essa il clamore suscitato, è servita anche a dimostrare lo scarso interesse che la corsa alla Casa Bianca 2012 sta riscuotendo negli Stati Uniti, fenomeno in buona parte dovuto alla contemporanea debolezza del presidente e dello sfidante, ma anche e soprattutto ad evidenziare lo scarso appeal suscitato da Mitt Romney, nei riguardi dei conservatori, e nei riguardi degli americani. Come si legge in un editoriale di Christian Science Monitor, «tutte queste voci evidenziano come questa campagna sia drammaticamente affamata di eccitazione». Per agitare un po' le acque, servirebbe davvero una Condoleezza Rice. Non come vice, ma come candidata alla presidenza.




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